
All I Have To Do Is Dream – Everly Brothers
18 Marzo 2026
Il meccanismo
18 Marzo 2026
di Pierluigi Piccini
Siena misura il tempo in secoli. È la sua forza e il suo limite — probabilmente la stessa cosa, vista da angolazioni diverse. Una città che ha costruito la propria identità sulla durata, sulla continuità, sulla capacità di trasmettere intatta una forma di vita attraverso le generazioni. Il Palio non è una festa — è un sistema di trasmissione. Le Contrade non sono associazioni — sono macchine per fare durare qualcosa nel tempo. Funzionano. Funzionano straordinariamente bene, e chi viene da fuori non smette mai di stupirsi di quanto funzionino.
Ma c’è un’altra misura del tempo che questa città fatica a sentire. È il tempo dei giovani — non il tempo breve dell’impazienza adolescenziale, ma il tempo strutturalmente precario di una generazione che non sa se avrà durata. Il professor Fagiolini, psichiatra alle Scotte, lo descrive con precisione clinica: ragazzi che crescono senza punti di riferimento stabili, in una società che divide invece di costruire legami, in un mondo globale che promette tutto e garantisce poco. Non è una generazione malata. È una generazione che vive nell’incertezza come condizione permanente, non come fase da attraversare. E l’incertezza permanente cambia il rapporto con il futuro, con i luoghi, con l’idea stessa di appartenere a qualcosa.
In questo quadro, Siena dovrebbe essere una risorsa straordinaria. Una città con una densità di storia, di bellezza, di relazioni comunitarie che poche realtà italiane possono offrire. Una città che sa cosa significa appartenere a qualcosa di più grande di sé. Che ha istituzioni antiche e ancora vive. Che ha un modello di vita collettiva che il resto del mondo ci invidia. Tutto questo potrebbe essere esattamente ciò di cui una generazione spaesata ha bisogno.
Non lo è. Non riesce a esserlo. Perché quella storia, quella bellezza, quelle istituzioni parlano un tempo che non coincide con il tempo di chi è giovane adesso. Parlano di radici — e le radici sono preziose per chi ha già un albero. Per chi l’albero lo sta ancora cercando, le radici degli altri possono sembrare un peso, non un dono.
Zatarra, che Siena la conosce dall’interno e se n’è andato e ci è tornato, dice che i giovani non vogliono essere un mondo separato. La separazione, dice, non l’hanno costruita loro. È già lì quando arrivano. È nella distanza tra il tempo lungo della città — i secoli, le contrade, la memoria, il rito — e il tempo corto di chi non sa ancora se resterà. Una distanza che nessuna consulta colma, nessun bando attraversa, nessuno spazio dedicato riduce davvero.
Benedetta Mocenni, riconfermata alla guida del Magistrato delle Contrade, usa una parola precisa per il rischio che corre Siena: ingrìgire. Restare attaccati a un passato che non c’è più. Viene dall’interno — dalla voce di chi quel passato lo custodisce ogni giorno. È una diagnosi coraggiosa. Ma la terapia che quella parola implicherebbe richiederebbe qualcosa che Siena non ha ancora trovato: un modo per mettere il proprio tempo lungo al servizio del tempo corto di chi arriva, invece di pretendere che sia chi arriva ad adattarsi al tempo della città.
Quasi la metà dei residenti di Siena sono studenti universitari. Arrivano, restano qualche anno, se ne vanno. La città li accoglie, li usa, li lascia andare e poi si chiede perché si svuota. La risposta è nel tempo. Non se ne vanno perché trovano altrove più opportunità — anche quello, ma non è il punto. Se ne vanno perché qui il tempo non è loro. È di qualcun altro. Ed è bellissimo, ma è di qualcun altro.





