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9 Ottobre 2026Il turismo dei cammini rianima le aree interne: 300mila viandanti e 336 milioni di indotto, ma da soli non fermano lo spopolamento
C’è un’Italia che si attraversa a piedi, a quattro o cinque chilometri l’ora, e che proprio per questa lentezza torna a essere vista. Dalla Francigena ai percorsi minori nati per iniziativa di associazioni e comuni, i cammini sono diventati in pochi anni uno dei fenomeni più vivaci del turismo italiano. La loro geografia coincide in larga parte con quella delle aree interne, i territori che i grandi flussi hanno sempre scavalcato.
Il dossier “Italia, Paese di Cammini” di Terre di Mezzo, realizzato con il Centro di studi avanzati sul turismo dell’Università di Bologna, conta oltre 300mila camminatori nel 2025, il 56 per cento in più dell’anno precedente, e quasi due milioni e mezzo di pernottamenti. Nel 2017 erano circa 17mila. I cammini censiti sono ormai 250. Ogni viandante spende in media poco più di 87 euro al giorno, e la spesa diretta supera i 216 milioni. Con l’indotto, l’impatto sui territori arriva a oltre 336 milioni. Soprattutto, è un valore che resta dove passa: nei bed and breakfast, nelle trattorie, nelle botteghe, negli agriturismi di paesi dove un letto occupato in un giorno di aprile fa la differenza.
Anche la politica se n’è accorta. A febbraio il Parlamento ha approvato in via definitiva la legge sui Cammini d’Italia, che riconosce gli itinerari come infrastrutture culturali e turistiche di valore strategico. La legge istituisce un registro nazionale per certificarne qualità, sicurezza e accessibilità, una cabina di regia al Ministero del Turismo e un tavolo permanente sul turismo lento. Le risorse però sono modeste: cinque milioni per il triennio 2026-2028 e uno all’anno dal 2029, che si aggiungono a una trentina di milioni investiti negli anni precedenti.
Il punto più interessante, e anche il più scomodo, è che il cammino non basta a se stesso. Nei piccoli comuni le presenze turistiche crescono mentre i residenti continuano a calare, e circa 1.800 comuni italiani sono considerati a rischio di estinzione demografica. Il viandante passa, dorme una notte, riparte. Può tenere aperto un bar, giustificare la riapertura di un ostello, convincere un giovane a restare per gestire un’attività. Ma non sostituisce la scuola, il medico, il trasporto, il lavoro stabile. Un borgo che vive solo di passaggi rischia di diventare una scenografia ben tenuta per chi viene da fuori.
Per questo i territori che sapranno trarre davvero frutto da questa stagione saranno quelli capaci di leggere il cammino come una porta e non come un fine. Il cammino può servire a far conoscere un luogo, a costruire reti tra operatori, a legare accoglienza, agricoltura, artigianato e cultura in un’economia che regga anche quando gli zaini se ne sono andati. Le cooperative di comunità, l’ospitalità diffusa e la cura condivisa del patrimonio dimostrano che è possibile. Il turismo lento offre il tempo; spetta alle comunità decidere cosa farne.





