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25 Settembre 2026Il vero sottosuolo di Siena è il saper fare: il Palio ne è l’ultima emersione viva e va nutrito, non sfruttato
Pierluigi Piccini
Nel XXVII Rapporto sul Turismo Italiano Arianna Alpini e Alessandra Priante hanno pubblicato un saggio sui beni culturali immateriali e sulla loro “musealizzazione”, dedicato al Palio di Siena e alle sue Contrade. L’ho letto con gratitudine, perché le autrici richiamano il mio “Il fuoco di sotto” a sostegno di un’idea che mi appartiene: la cultura di una comunità nasce dal territorio in cui si radica, e il patrimonio è un organismo vivente. Quella citazione mi ha spinto a guardare che cosa sta sotto Siena, e vorrei condividere ciò che ho trovato. Il sottosuolo dei senesi non è un luogo ma una capacità, il saper fare, e tutto ciò che la città ha mostrato in superficie nei secoli ne è stato un’emersione, compreso il Palio.
In senso letterale, sotto Siena non c’è né fuoco né acqua. La città sta su crinali asciutti, lontana dai fiumi. Per secoli i senesi hanno cercato un fiume sotterraneo, la Diana, senza trovarlo mai, e già Dante, nel tredicesimo canto del Purgatorio, ne faceva materia di ironia. Ma mentre cercavano il fiume che non c’era, costruivano il suo sostituto: i bottini, circa venticinque chilometri di gallerie scavate a mano nel tufo a partire dal Medioevo, che raccolgono per stillicidio l’acqua delle colline e la guidano fino alle fonti. Vanno mantenuti senza sosta, perché il calcare li incrosta e le infiltrazioni li deviano, e per secoli la città ha avuto i suoi bottinieri, che passavano la vita sotto terra a pulire e riparare. Secondo la tradizione, quando a metà del Trecento l’acqua giunse in Piazza del Campo, i senesi la accolsero con tale esultanza che la fonte fu chiamata Gaia: la gioia di un popolo che aveva strappato alla propria geografia ciò che la natura gli concedeva con avarizia.
Si racconta che Carlo V, visitati i bottini, abbia detto che Siena era due città in una, una sotto terra e l’altra in superficie. In realtà è una sola, e il rapporto tra le sue metà non è quello di una cosmologia, che pone sotto il mondo un principio da cui le forme discendono una volta per tutte. Sotto Siena non c’è un principio dato, ma una vena che esiste finché qualcuno la segue, e un’origine che va raggiunta ogni volta di nuovo. Il Corteo storico ne è l’immagine più esatta: gira intorno al Campo e torna al punto di partenza, avanza e il suo avanzare è un ritorno. Non rievoca l’origine, la rifà. In fondo al corteo il Carroccio della Repubblica porta il drappellone di una corsa ancora da correre, come se l’origine andasse incontro al futuro. Il saper fare non è un fondamento sepolto, ma un cammino che le forme ripercorrono per continuare a esistere.
Qui la Diana smette di essere una leggenda e diventa il nome di un atteggiamento: l’idea che la ricchezza di una comunità sia già data, che scorra da sé e basti trovarla, intercettarla, distribuirla. È la rendita contro il fare, l’attesa contro la cura. I bottini chiedono lavoro ogni giorno, la Diana promette di risparmiarcelo. Ed è una tentazione tanto più forte quanto più il fare ha avuto successo, perché le sue opere sembrano allora scorrere da sole.
I senesi avevano dunque ragione a pensare che qualcosa scorresse sotto la città; si sbagliavano sulla sua natura. Era il loro stesso fare, la perizia che trasformava la scarsità in abbondanza. Questa vena è affiorata in forme diverse: nelle fonti, architetture civili prima che opere d’acqua; nelle botteghe dei tintori, dei conciatori e dei lanaioli; nei banchieri del Duecento e poi nel Monte, un’invenzione senese quanto i bottini, perché anche il credito è l’arte di far circolare ciò che non c’è ancora; nel Duomo e nella Piazza, la città fatta pietra. E nel Palio, l’emersione più complessa, perché non produce un oggetto ma una comunità. Ogni emersione, però, porta con sé la Diana nella sua forma più insidiosa: quando una forma diventa bella e redditizia la si scambia per una sorgente in sé, dimenticando la vena che la alimenta. La forma resta, la vena si secca.
La storia recente di Siena si può leggere così, senza cercare colpevoli, perché la responsabilità è stata di tutti. Il Monte era un bottino, costruito e mantenuto per secoli. A un certo punto la città ha cominciato a trattarlo come un fiume di risorse da distribuire, e quando si è inaridito ci siamo accorti di aver trascurato il lavoro, le imprese, i mestieri. Oggi la stessa scelta si ripresenta con il turismo. Può essere un’arte dell’accoglienza e della qualità, oppure un’altra Diana, un flusso da intercettare offrendo soltanto la propria immagine. Allora le botteghe diventano vetrine, i residenti lasciano il centro e la città impara a mostrarsi più che a fare.
Il saper fare senese si è molto impoverito, ma resiste, e dove è più vivo è nel Palio. Il mondo ne vede due giorni d’estate, come il passante vede la Fonte Gaia; sotto, per tutto l’anno, scorre una rete invisibile di lavoro. Si cuciono e restaurano le monture, si costruiscono i tamburi, i gesti passano dai vecchi agli alfieri e ai tamburini più giovani, si tramandano competenze che nessun manuale registra. Ma anche il Palio produce immagine, diritti televisivi, alberghi pieni. Potrebbe diventare una Diana se lo si guardasse come una risorsa da cui attingere anziché come un cammino da ripercorrere.
Le Contrade lo sanno, e si sono date da sole gli strumenti della manutenzione. Sono comunità con statuti e consuetudini proprie, e da secoli decidono che cosa mostrare e che cosa custodire. Dal 1981 il Consorzio per la Tutela del Palio protegge per loro conto stemmi, colori e immagini e tratta con le televisioni. Con l’Asp Città di Siena è nata la Città dei Mestieri: in vicolo del Saltarello si insegnano il taglio delle monture, la costruzione del tamburo, la scarpa storica, la pittura e l’intaglio, e gli iscritti sono passati da centoventi a oltre duecentoquaranta. Sono i bottinieri di oggi.
Per questo il saggio di Arianna Alpini arriva al momento giusto. Marchi collettivi, vincoli di destinazione, contratto di rete fra le Contrade, museo digitale: sono strumenti seri, preziosi se nutrono la vena invece di sfruttare la forma. Il contratto di rete può partire da ciò che le Contrade hanno già costruito. I vincoli di destinazione possono riguardare anche ciò che la visibilità produce, cioè diritti d’immagine, marchi e servizi digitali, perché la ricchezza che affiora torni a nutrire il fare. La legge regionale toscana 53 del 2008, che riconosce il maestro artigiano e la bottega-scuola, potrebbe dare dignità pubblica ai maestri delle monture, dei tamburi e delle insegne. Il museo digitale sarebbe anzitutto archivio e scuola per i contradaioli e per chi arriva a vivere nei rioni, e solo poi, entro le soglie stabilite dalle Contrade, finestra per chi viene da fuori. La Convenzione UNESCO del 2003, del resto, chiede agli Stati di adoperarsi perché l’accesso al patrimonio immateriale rispetti le pratiche consuetudinarie che lo regolano: è il riconoscimento di ciò che le Contrade fanno da secoli.
Le autrici osservano, con un’intuizione che condivido, che il diritto contribuisce a costituire il bene culturale nel momento in cui lo riconosce. Il modo in cui guarderemo al Palio deciderà dunque che cosa diventerà: una forma da valorizzare, esposta al destino di tutte le Diane, o l’emersione viva di un cammino.
C’è a Siena un’associazione che da anni studia i bottini e ne segue la manutenzione. Si chiama La Diana. Il nome del fiume sognato è passato a chi fa il lavoro vero, come se la città avesse smesso di cercare la sua ricchezza sotto terra per custodire quella che aveva costruito. È la stessa scelta che oggi riguarda il Palio. Mi piacerebbe continuare a ragionarne con Arianna Alpini e Alessandra Priante, perché su un punto siamo d’accordo: ciò che è vivo non si eredita, si rifà.





