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9 Gennaio 2026Cosa dicono i dati La chiave di lettura è un’identità semplice: il tasso di disoccupazione è legato a doppio filo al tasso di occupazione e a quello di partecipazione
A novembre 2025 la disoccupazione scende al 5.7% (giovanile al 18.8%), il livello più basso dall’inizio delle serie nel 2004. Lo certifica l’Istat. Il dato, però, convive con una dinamica che va in direzione opposta: gli occupati diminuiscono e gli inattivi aumentano.
Mentre le persone in cerca di lavoro calano di 30mila unità. Non sorprende allora che il tasso di occupazione scenda al 62.6% e quello di inattività salga al 33.5%.
La chiave di lettura è un’identità semplice: il tasso di disoccupazione è legato a doppio filo al tasso di occupazione e a quello di partecipazione. Se cresce l’inattività, il tasso di partecipazione si riduce. A quel punto il tasso di disoccupazione può diminuire anche se il tasso di occupazione arretra. In altre parole, una parte di chi perde lavoro – o non lo trova – non resta statisticamente nel conteggio dei disoccupati: esce direttamente dalla forza lavoro. È un miglioramento statistico che dice poco sulla robustezza del mercato.
Dentro il dato mensile, inoltre, la flessione ha un profilo sociale preciso. Il calo dell’occupazione riguarda soprattutto le donne (-30mila), mentre tra gli uomini gli occupati sono sostanzialmente stabili (-4mila). E la partecipazione femminile resta il punto debole strutturale: inattività al 42.4% contro 24.7% degli uomini (e occupazione 54% contro 71.1%). Con un tasso di partecipazione così fragile, basta poco perché il tasso di disoccupazione “migliori” non perché si crea lavoro, ma perché aumenta il numero di chi rinuncia a cercarlo.
Il meccanismo è evidente tra i giovani. Per i 15-24 anni il tasso di disoccupazione scende, ma l’occupazione è appena al 17.3% e l’inattività arriva addirittura al 78.8% (in aumento nel mese). È un promemoria: se il tasso di partecipazione non sale, anche un calo della disoccupazione può coincidere con un arretramento delle opportunità di lavoro.
Conta anche che tipo di lavoro si perde. A scendere sono i dipendenti a termine (-30mila nel mese) e gli autonomi (-11mila). I permanenti restano quasi fermi (+6mila). Quando il ciclo economico rallenta, l’aggiustamento passa prima dalla parte più fragile. Contratti a scadenza e posizioni indipendenti più esposte. Non è un dettaglio tecnico. Ma il canale attraverso cui la precarietà si trasforma in insicurezza e questa in un’uscita dal mercato del lavoro, cioè in una partecipazione più bassa.
Per età, la frenata colpisce i 35-49enni (-63mila) e i 15-24enni (-13mila), mentre i 25-34enni crescono (+37mila) e gli over 50 restano stabili nel mese (+4mila). Sul confronto annuo l’occupazione aumenta (+179mila), ma la spinta è soprattutto degli over 50 (+454mila).
La lettura critica è quindi obbligata. Il 5.7% non basta a dire che «va tutto bene», se nello stesso mese diminuiscono gli occupati e cresce l’area di chi rinuncia a cercare. Il tema non è inseguire record, ma evitare che il calo della disoccupazione sia trainato dall’uscita dal mercato: più lavoro stabile, più opportunità per giovani e donne, meno scoraggiamento. Altrimenti la statistica migliora, ma il lavoro arretra.
In questo contesto, la fine della spinta espansiva del Pnrr e l’impostazione conservativa della legge di Bilancio 2026 – senza slanci per crescita, investimenti e occupazione di qualità – rischiano di alimentare l’attuale stagnazione. Con impegni di bilancio ridotti e la mancanza di una strategia industriale e occupazionale coerente, l’aumento dell’inattività e la fragile dinamica di partecipazione al mercato del lavoro appaiono come segnali anticipativi preoccupanti di una inversione più profonda. Segnali che, senza un cambio di rotta nelle politiche economiche, rischiano di consolidarsi nel tempo in una ulteriore riduzione del potenziale di crescita del Paese.




