Napoleone Bonaparte: in effetti, un nome che fa di tutto per sembrare finto. E tale lo crede, ad esempio, Monsignor Olando nelle Confessioni d’un italiano del Nievo: un essere immaginario.
Non è irragionevole supporre che non pochi fossero riluttanti a credere nell’esistenza di un uomo, e quale uomo, con un nome così palesemente da burla. E su questa eventualità, che Napoleone in realtà non esistesse, qualcuno inventò eleganti argomentazioni. Tre testi della prima metà dell’Ottocento sono stati raccolti da Salvatore Nigro in un volumetto che debbo definire delizioso e inquietante: L’imperatore inesistente. Dalla prefazione ho tratto il rimando al Nievo, capitolo X, pag. 457 dell’edizione dei Meridiani Mondadori, e vorrei aggiungere una misteriosa, insinuante citazione da un articolo a firma Frère Paul apparso il 29 gennaio 1789 sul «Mercure de France»: «La storia del diciottesimo secolo è, in tutta evidenza, una allegoria».
Ho detto delizioso e inquietante; vediamo di che si tratta. Il primo dei tre testi uscì anonimo nel 1877; ne fu autore tal Jean-Baptiste Pérès, «magistrato giansenista» (vedremo che tutti e tre gli autori hanno a che fare con la teologia). Il Pérès dimostra che, secondo ogni evidenza, Napoleone (N – Apollon) è una figura mitica solare; i quattro fratelli sono le stagioni, la madre si chiama Letizia, ha due spose, Luna e Terra, e un figlio che nasce il 20 marzo, il suo esercito è guidato da dodici marescialli: fin troppo facile. «Il preteso eroe del nostro secolo non è che un personaggio allegorico». Il «magistrato giansenista» ha eseguito con bella eleganza di argomentazioni un gioco lieve e sinistro; ma, lo volesse o meno, è andato un poco oltre il gioco. Ha insinuato una sua invenzione, che è una interpretazione storica: colui che eccede in esistenza, il potente anomalo, tendenzialmente onnipotente, cessa di avere vita individuale, si scioglie nell’abbagliante nulla del mito.
Il secondo testo, Dubbi storici su Napoleone Buonaparte è datato 1819, e ne è autore un teologo anglicano Richard Whately. In questo testo, come nel successivo, Napoleone è un argomento di comodo. Il teologo scrive un trattato per absurdum, piuttosto swiftiano, in cui dimostra che talune tecniche di indagine critica applicate ai testi sacri, potrebbero, trasportate alla storia, dimostrare che Napoleone, la più ingombrante presenza di quegli anni, in realtà, non è mai esistito. Quale che fosse l’obiettivo polemico del sacerdote anglicano, il risultato è ben singolare. Afferma il Whately che Napoleone è in realtà un’invenzione del sentito dire, una creatura delle gazzette che notoriamente inventano, favoleggiano, si copiano le rispettive fole, e le ribadiscono citandosi a vicenda. Le imprese di Napoleone sono a tal punto inverosimili da rientrare nella categoria dei miracoli, che sono o impossibili o improbabili: in conclusione, Napoleone potrebbe essere esistito, sebbene non sembra verosimile, ma occorre una accurata indagine. Discorso acremente arguto che allude a un sospetto di disagio. Due, direi, sono i temi: l’eccesso di esistenza comporta una tendenza al miracolo che pare improbabile, tanto più che l’esistenza stessa diventa dubbia, sospetta, niente più che una fabbricazione dei mezzi d’informazione. Da un lato l’esistenza è «ciò di cui si parla»; all’opposto, «ciò di cui si parla» è puro flatus vocis, ciò che non esiste. Il teologo vorrebbe argomentare che può sopravvivere ai discorsi che se ne fanno; ma è ovvio che codesto argomento non riguarda Napoleone.
Anche il terzo testo è opera di un teologo, tale William Fitzgerald, segretario del precedente; il libro è del 1851, ed anche in questo caso Napoleone è un obiettivo di comodo; il teologo è preoccupato dalle polemiche che ha eccitato il libro di David Strauss, Vita di Gesù, del 1835, che fa dei vangeli un testo di mitografia. Fitzgerald finge d’aver scoperto un testo degli antichi abitanti d’America, nel quale si narrano le prodigiose imprese di un gran capo Neol-Opan, guerre, vittorie, stragi. Mito, nient’altro che mito; lo dimostrano le contraddizioni, le inverosimiglianze, le ripetizioni, lo confermano le indagini erudite, specialmente linguistiche, e le ingegnose etimologie. Neol-Opan è un mito, nient’altro. Ma anche in questo caso si tocca un problema nascosto. Mito ed esistenza sono incompatibili? O un certo grado di esistenza deve manifestarsi come mito? Ma in tal modo, quale sarà la tecnica di verifica: un’esperienza storica, o un atto di fede? E, quale che sia il procedimento, dove riposerà la certezza che il mito sia vitale e non diabolico? Un grado anomalo di esistenza non è già di per sé sospetto di mostruosità? Un personaggio di Guerra e pace con una indagine numerica riconosce in Napoleone la Grande Bestia dell’Apocalisse.
Si può dire, a questo punto, che in questi tre testi, e soprattutto in quelli dei teologi inglesi, Napoleone viene adoperato come non esistesse, come fosse una finzione, o fosse diventato tale in forza dell’eccesso di esistenza che in lui si è manifestato. Si ha l’impressione che i tre autori abbiano avvertito il primo manifestarsi di una metamorfosi storica che celebra oggi il suo culmine. I tre teologi – non sarà un caso – assistono al consumarsi del concetto di esistenza, qualcosa che diventa idea. Notizia, Mito, oggi diremmo Storia. Informazione e demenza si allacciano per creare una gigantesca allucinazione, e può essere che codesta allucinazione abbia un nome, e apparentemente una storia personale; ma tutto diventa subito così improbabile ed elusivo, da far pensare di essere testimoni di qualcosa di totalmente miracoloso, di cui non si sa mai se sia di origine informale o celeste, meglio ancora, come vuole la natura delle allucinazioni, il miracolo è di natura metamorfica, il sacro e l’infame si scambiano le parti, e la nostra vita, che da quelle allucinazioni trae alimento, e senso, viene piacevolmente stimolata. Potremmo dire che si tratta di propaganda, ma si ha l’impressione che la propaganda parli sempre e solo di sé, in ciò assumendo una qualità ecclesiastica, anzi sociologica. Infine, conta che sia una produzione ininterrotta di allucinazioni, quale ne sia la qualità e il senso. Questi tre teologi hanno sentito arrivare, avvicinarsi, sfiorarli il rombo delle notizie. Sospettarono, forse capirono che il generale, imperatore, il titolare dell’eccesso di esistenza, fu il primo degli onnipotenti che non sono mai esistiti.
Jean-Baptiste Pérès, Richard Whately, Aristarchus Newlight
L’imperatore inesistente
Traduzione di Carlo Guarrera
e Stefano Rapisarda;
a cura di Salvatore Silvano Nigro; con testi di Umberto Eco
e Giorgio Manganelli
Sellerio, pagg. 192, € 14







