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Ci sono morti che non chiedono commenti, ma silenzio. E ce ne sono altre che, se lasciate sole, diventano subito pretesto. La morte di un ragazzo di diciott’anni, un sorriso aperto, un po’ sfrontato come deve essere a quell’età, appartiene a questa seconda categoria. Tutto davanti, tutto possibile, anche quando è difficile, anche quando devi farti accettare — non sei nato qui, ci sei arrivato — e non puoi limitarti a studiare, perché il bilancio familiare regge anche grazie ai tuoi sforzi. Nulla offusca quello sguardo. Finché uno sguardo simile non viene fermato da un coltello. Un altro ragazzo, stessa età, stesso attraversamento del mare, stesso tentativo di tenere insieme studio e lavoro. “Non volevo uccidere, solo dare una lezione.” È una frase che pesa più del gesto, perché contiene un mondo.
Dopo restano rabbia e macerie. E una domanda che non si può aggirare: come si cammina tra le macerie senza aggiungerne altre? Perché è quello che spesso facciamo. Le parole arrivano in fretta, dettate dalla paura: fermezza, tolleranza zero, emergenza. La fretta rassicura, ma non capisce. La paura pretende soluzioni semplici, ma non educa. E chi governa dimentica spesso che per agire bisogna prima capire. Oggi è più difficile, perché il paesaggio è cambiato e continuiamo a usare mappe vecchie.
Non siamo davanti a un’esplosione improvvisa, né a un’epidemia che nasce dal nulla o da una sola parte della società. Le lame non hanno passaporto. Feriscono ovunque, per mani diverse. Dietro non c’è solo un gesto individuale, ma un linguaggio. Un codice fatto di onore da affermare, di rispetto imposto, di lezioni da dare, di paura come strumento. Non è un linguaggio inventato dai ragazzi. È un linguaggio che li precede, li circonda, li attraversa. Lo apprendono in fretta, perché funziona: dà identità, appartenenza, riconoscimento. E soprattutto rende visibile la rabbia.
Il dolore più grande è pensare che nulla offuscasse lo sguardo di quel ragazzo. Che fosse pronto a prendersi la vita. E che la vita gli sia stata tolta da un altro ragazzo che non voleva uccidere, ma “insegnare”. In quella parola c’è una sconfitta collettiva. Perché qualcuno, prima, avrebbe dovuto insegnare altro.
Le riflessioni che seguono nascono anche da un articolo che ho scritto nei giorni scorsi, di fronte a questa tragedia. Non per tornarci sopra, ma per non lasciare il tema del limite sospeso come una parola generica, buona per ogni occasione e responsabile di nessuna scelta.
È qui che il discorso cambia direzione. Perché osservare e spiegare non basta. A un certo punto bisogna decidere da dove si parla. E la repressione, oltre a essere spesso inefficace, arriva sempre dopo. L’educazione, invece, è il luogo in cui il limite prende forma. Il limite non è una punizione: è una forma di cura. È dire che esiste un confine, che le azioni hanno un peso, che l’altro conta. I ragazzi lo cercano, anche quando lo sfidano, anche quando lo rifiutano. Lo cercano soprattutto a scuola, dove rovesciano aspettative, frustrazioni, rabbia.
Ed è proprio lì che abbiamo smesso di investire davvero. Continuiamo a considerarla una voce di spesa, come se appartenesse a un altro tempo, mentre è l’unico futuro possibile. Le sfide di oggi non sono quelle di ieri: c’è più vuoto intorno, meno mediazioni, meno parole condivise. Per questo servono investimenti seri e riforme pensate, possibilmente condivise. Non servono crociate né scontri simbolici. Serve ricostruire un linguaggio educativo capace di reggere il conflitto senza trasformarlo in violenza.
Anche decisioni impopolari vanno lette in questa direzione. Dire no ai social sui banchi — non nella vita — non è moralismo, ma responsabilità. Aiuta a imparare che le azioni hanno conseguenze, che le parole producono effetti, che l’esperienza viene prima del linguaggio. Paesi molto avanzati sul terreno educativo stanno andando in questa direzione. Non dovremmo liquidarli con sufficienza, ma ascoltare, capire, valutare.
Indicare il limite non significa alzare muri. Significa esserci. Assumersi una responsabilità adulta. Perché se vogliamo che i ragazzi riconoscano il limite, dobbiamo essere noi, per primi, ad avere il coraggio di indicarlo.





