
Unchained Melody
19 Gennaio 2026
L’Italia delle trentasei Regioni
19 Gennaio 2026
La notizia della scoperta della cosiddetta “lista stupri” in un bagno dell’istituto Sarrocchi è stata data per prima da Siena News e ripresa successivamente dal Corriere di Siena, suscitando una sequenza di reazioni politiche e civili nette, indignate, formalmente ineccepibili. Tutte convergono su un punto: non si tratta di una bravata, ma di un segnale inquietante di una cultura che banalizza la violenza e svuota di senso parole che rimandano a esperienze reali, traumatiche, irreversibili.
Il richiamo al vuoto educativo, ai temi delle relazioni, del rispetto e della responsabilità è fondato. Così come è giusto respingere ogni tentativo di minimizzazione. Ma proprio leggendo l’evoluzione del dibattito pubblico, così come riportato dagli organi di stampa locali, emerge anche un limite evidente: le dichiarazioni si sommano senza produrre un salto di qualità. L’indignazione è corale, le parole sono forti, ma restano sul piano simbolico, dentro una grammatica ormai prevedibile della condanna pubblica.
C’è un passaggio delicato che non può essere eluso. Dire che il problema non è tanto l’episodio in sé, ma ciò che racconta della società, rischia di separare ciò che invece dovrebbe restare unito. Quel gesto è già violenza simbolica, non soltanto il sintomo di un contesto più ampio. Tenerle insieme è essenziale, altrimenti l’analisi sociologica finisce per attenuare la gravità del fatto concreto, trasformandolo in un caso esemplare e astratto.
Colpisce inoltre l’assenza di un riferimento reale al contesto. Non una scuola qualunque, ma il Sarrocchi; non una città astratta, ma Siena; non una generica “società”, ma una comunità educativa concreta, fatta di studenti, docenti, dirigenti, famiglie, istituzioni locali. Senza nominare questo contesto, senza interrogarne le specificità, le dinamiche, le fragilità e le responsabilità, il discorso pubblico resta sospeso in una dimensione neutra e rassicurante, che non chiama davvero nessuno in causa.
Ogni scuola ha una storia, un profilo sociale, un rapporto con il territorio. Ogni città produce modelli culturali, linguaggi, gerarchie simboliche. Ignorare tutto questo significa rinunciare a capire perché un gesto del genere avviene proprio lì, in quel momento, e cosa dice del modo in cui adulti e istituzioni esercitano – o hanno smesso di esercitare – la propria funzione educativa. Quando il riferimento al contesto manca, le prese di posizione diventano facilmente intercambiabili: potrebbero essere pronunciate oggi a Siena, domani in qualunque altra città, senza cambiare una virgola. È una forma di deresponsabilizzazione implicita, perché trasforma un fatto preciso in un problema generico, e un problema generico non ha mai un responsabile riconoscibile.
Il punto, allora, non è aggiungere altre condanne. È fare un passo avanti. Educazione affettiva strutturata, continuità formativa, coinvolgimento delle famiglie, ruolo attivo delle istituzioni locali. Meno coro e più progetto. Perché senza questo, anche le parole più giuste rischiano di restare soltanto parole.





