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24 Gennaio 2026
Lo spazio dei flussi e la democrazia che non governa più
24 Gennaio 2026Pierluigi Piccini
L’iniziativa del Partito Democratico di Siena sul “nuovo rinascimento industriale”, con il richiamo al Libro Verde nazionale e l’intervento di Andrea Orlando, ha un merito evidente: riportare la crisi industriale fuori dalla dimensione emergenziale e localistica, collocandola in un quadro nazionale ed europeo. È un passaggio necessario. Ma non ancora sufficiente.
Il problema non è solo l’inerzia del Governo, giustamente denunciata. Il nodo più profondo è che i processi decisivi – energia, filiere produttive, strategie dei grandi gruppi industriali – continuano a essere trattati come flussi tecnici inevitabili, esterni alla decisione democratica. La politica li nomina, li commenta, li subisce, ma raramente li rende leggibili. Così finisce per governare il racconto, non i meccanismi reali.
In questo senso, sovranismo di governo e riformismo d’opposizione rischiano una compatibilità silenziosa. Il primo occupa il piano simbolico dell’identità, della sicurezza, della protezione. Il secondo quello della responsabilità e della mediazione. Ma entrambi lasciano sullo sfondo la questione centrale: chi decide davvero, dove, e con quali effetti sui territori. Finché i flussi restano opachi, possono essere presentati come necessità tecniche e sottratti al conflitto politico.
La vertenza Beko è emblematica. È giusto collocarla in una dinamica nazionale, ma non basta parlare di garanzie deboli o di “guardia da tenere alta”. Questo mantiene il conflitto su un piano difensivo. Non interroga fino in fondo le catene decisionali, le strategie industriali, i rapporti di forza che rendono strutturale la fragilità dei siti produttivi periferici. Il territorio viene chiamato a resistere, non a conoscere.
Qui sta il limite dell’iniziativa senese e, più in generale, di una certa retorica sul territorio. Senza un gesto politico che renda visibili e comprensibili i flussi che attraversano Siena – energetici, industriali, finanziari – anche la critica al Governo resta parziale. E rischia di lasciare intatto quell’equilibrio per cui la democrazia sopravvive come forma, mentre le decisioni sostanziali scorrono altrove.
Spezzare questa compatibilità non significa opporsi ai flussi in modo ideologico né rifugiarsi in un sovranismo di segno opposto. Significa ricomporre ciò che oggi è separato: riportare nello spazio pubblico processi, responsabilità ed effetti territoriali. Senza questa operazione di verità, il “rinascimento industriale” resta una formula evocativa. Con essa, può diventare un terreno di conflitto reale. Ed è solo lì che la politica torna a contare.





