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Let’s Get It On
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L’Iran è tornato al centro della scena globale, stretto in una morsa che combina repressione interna, tensione regionale e minacce sempre più esplicite provenienti dall’esterno. Nelle ultime settimane le proteste contro il regime si sono estese a molte città, coinvolgendo non solo studenti e giovani, ma anche settori tradizionalmente prudenti come i commercianti dei bazar. La risposta dello Stato è stata brutale: centinaia di morti, arresti di massa, blackout di Internet. Una gestione securitaria che segnala non forza, ma paura.
Sul piano interno, il dato politicamente più rilevante non è solo l’ampiezza delle manifestazioni, ma la loro composizione sociale. Quando anche i mercanti, storicamente parte dell’ossatura economica e simbolica della Repubblica islamica, scendono in strada, significa che il patto implicito tra potere e società è entrato in crisi. Inflazione, sanzioni, isolamento e corruzione hanno eroso quel minimo di consenso passivo su cui il sistema aveva continuato a reggersi.
La leadership iraniana legge però queste proteste attraverso una lente completamente diversa. Nel discorso ufficiale, le piazze non sono il sintomo di un malessere interno, ma il prodotto di un disegno esterno: Stati Uniti e Israele accusati di fomentare il caos per favorire un cambio di regime. È una narrazione funzionale a giustificare la repressione e a compattare l’apparato, ma che rischia di autoalimentare l’escalation.
Ed è qui che entra in gioco lo scenario internazionale. Da Washington arrivano segnali sempre più ambigui. Donald Trump torna a evocare “opzioni militari molto forti”, rilanciando una strategia di pressione che mescola minacce dirette, posture muscolari e dichiarazioni pubbliche studiate per massimizzare l’impatto mediatico. Teheran, dal canto suo, avverte che risponderà a qualsiasi attacco, chiamando in causa non solo gli Stati Uniti ma anche Israele e i loro alleati regionali.
Il rischio è quello di un cortocircuito: un Iran che reprime nel sangue il dissenso interno e, allo stesso tempo, si prepara a una possibile aggressione esterna; un’America che usa la leva militare come strumento di deterrenza politica, in un contesto già infiammato da Gaza al Libano. In questo quadro, attori come Hezbollah diventano variabili strategiche: colpire l’Iran direttamente o i suoi alleati? E chi pagherebbe per primo il prezzo di una guerra allargata?
Non mancano elementi di contorno che contribuiscono a rendere il clima ancora più instabile. Gesti simbolici amplificati dai social, come le iniziative di Elon Musk, possono dare visibilità ai manifestanti ma difficilmente incidono sul terreno, soprattutto in un Paese dove il controllo dell’informazione resta uno degli strumenti principali del potere. Allo stesso tempo, la diplomazia regionale si muove nervosamente, tra visite improvvise e messaggi incrociati, nel tentativo di evitare che la crisi iraniana diventi la scintilla di un conflitto più ampio.
Sul fondo, resta una domanda irrisolta: fino a che punto l’Occidente è disposto a spingersi? E cosa possono fare davvero l’Europa e le alleanze multilaterali come NATO e Unione Europea per contenere una dinamica che sembra ormai guidata più dalla logica dello scontro che da quella della mediazione?
L’Iran, oggi, non è solo un Paese attraversato da proteste. È un nodo critico in cui si intrecciano crisi sociale, autoritarismo, rivalità geopolitiche e leadership internazionali inclini alla forzatura. Ogni mossa sbagliata può trasformare una rivolta repressa in una guerra regionale. Ed è proprio questa fragilità complessiva a rendere la situazione così pericolosa.


