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di Giuseppe Sarcina
L’attivismo russo (sostenuto dalla Cina) è stato a lungo bilanciato dagli altri Paesi dell’Artico, ma Washington ora vuole muoversi da sola. E sale la tensione sulle norvegesi Svalbard
Fino all’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, gli schieramenti nell’Artico erano chiari. Da una parte la Russia, il Paese che controlla circa la metà delle coste. Dall’altra gli altri sette Stati che si affacciano sulla calotta polare: Stati Uniti, Canada, Norvegia, Finlandia, Svezia, Danimarca (attraverso la Groenlandia), Islanda. Queste otto nazioni hanno costituito il Consiglio Artico nel 1996, con l’obiettivo primario di salvaguardare l’ambiente. Ma ben presto, il confronto si è concentrato sul patrimonio nascosto sotto i ghiacci: il 70% delle riserve di petrolio e di gas inutilizzate nel mondo.
Trump ha rovesciato, anche qui, la strategia americana adottata dalla fine della Guerra Fredda. Anche Vladimir Putin, già dal 2007, ha cambiato atteggiamento. Da allora i russi hanno rinnovato o costruito 13 basi aeree, 10 postazioni radar e altri 20 presidi di frontiera. Inoltre Mosca dispone di oltre 40 navi rompighiaccio, essenziali per navigare in condizioni estreme: gli Usa ne hanno solo una. Infine, i sottomarini russi sono in grado di partire dal Mare di Barents e arrivare a costeggiare la Groenlandia, a poca distanza dagli Usa. Da qualche anno, Putin fa tutto questo con l’appoggio cinese.
La convinzioneTrump si è convinto che occorre una reazione decisa e non intende delegare questo compito agli alleati occidentali. Così l’Artico rischia di andare in pezzi. Ecco l’accanimento nei confronti della Groenlandia. Ma non solo. La Casa Bianca sta alzando la tensione con il Canada per il libero accesso al cosiddetto «Passaggio a Nord Ovest» che congiunge Atlantico e Pacifico. Ottawa controlla gran parte della rotta, agibile pochi mesi all’anno, e stabilisce quali navi possano transitare. Gli Stati Uniti chiedono il via libera anche per le grandi petroliere che dall’Alaska potrebbero raggiungere rapidamente i porti sulla costa orientale degli Stati Uniti. Usa e Canada si stanno confrontando dal 2004 anche sullo sfruttamento del Beaufort Sea, tra l’Alaska e la regione canadese dello Yukon, specchio marittimo ricco di risorse naturali.
Nella correnteTuttavia, gli altri Paesi stanno cercando di non restare stritolati nel triangolo Usa-Russia-Cina. Negli ultimi mesi si sono riaccese vecchie dispute territoriali, un tempo considerate marginali. Uno dei focolai di tensione si trova nelle Isole Svalbard, a 1.000 chilometri dal Polo Nord. Un Trattato del 1920 le assegna alla Norvegia, che negli anni le ha trasformate in un luogo aperto al contributo degli scienziati di tutto il mondo. Oggi vi convivono persone provenienti da almeno cinquanta nazioni. Una delle comunità più numerose è quella russa. Fino al 2022, ci sono stati pochi problemi. Ma, dopo l’invasione dell’Ucraina, il Cremlino ha iniziato a mettere in dubbio la sovranità norvegese sull’arcipelago, in particolare sui fondali oltre le 12 miglia che delimitano le acque territoriali. Il contenzioso giuridico nasconde a malapena i piani russi: facilitare la colonizzazione di quella regione, con il supporto dei cinesi, già sbarcati, per ora solo con laboratori scientifici, nelle Svalbard. Oslo sta reagendo, con una stretta sui diritti finora concessi agli stranieri.
Gas e petrolioAnche il Canada è alle prese con il dinamismo russo. Al centro della contesa c’è, tra l’altro, la Dorsale di Lomonosov. Dal 2014 Russia, Canada e anche Danimarca si contendono il possesso di una cordigliera sottomarina lunga 1.800 chilometri e larga tra i 60 e i 200 chilometri, che congiunge la Siberia orientale allo spicchio di mare tra il Canada e la Groenlandia. Sotto quelle rocce ci sono vasti giacimenti di petrolio e di gas. I tre Stati chiamano in causa le norme della Convenzione sul diritto del mare, entrata in vigore nel 1994.
Nello specifico, uno Stato può rivendicare il controllo dei fondali anche oltre le 200 miglia nautiche della zona economica esclusiva (370 chilometri), se riesce a dimostrare che siano collegate con le formazioni rocciose della costa. Il contrasto è particolarmente aspro, poiché c’è di mezzo la Russia. Nel passato, anche recente, i Paesi occidentali hanno saputo trovare compromessi equilibrati. Nel 2022, per esempio, proprio Canada e Groenlandia decisero di dividersi quasi a metà il possesso dell’isolotto di Hans (solo 1,3 chilometri quadrati), chiudendo una discussione che durava dal 1973.



