
Il Papa operato di tumore al polmone sceglie di dire tutto: la trasparenza come forma di governo
16 Ottobre 2026
Leonard Cohen – Suzanne
16 Ottobre 2026
Sderot sta a meno di un chilometro dalla Striscia di Gaza, nel Negev occidentale. Il 7 ottobre 2023 Hamas l’ha attraversata con una violenza che la città non ha più dimenticato. Era già una comunità conservatrice, oggi è radicalizzata. Alla vigilia delle elezioni del 27 ottobre, le prime dopo il massacro e dopo le guerre a Gaza, in Libano e contro l’Iran, qui la domanda non è se votare a destra, ma quale destra scegliere: il Likud di Benjamin Netanyahu o Otzma Yehudit, il partito ultranazionalista di Itamar Ben-Gvir.
È una scelta che può decidere il destino del primo ministro più longevo della storia israeliana. Il quadro dei sondaggi è quello di uno stallo. La coalizione uscente, formata dal Likud, da Ben-Gvir e dal Sionismo religioso di Bezalel Smotrich, viene stimata intorno ai 51 seggi; il fronte opposto, guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot con il suo partito Yashar, insieme all’alleanza tra gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid, a Yisrael Beytenu di Lieberman e ai Democratici, si fermerebbe attorno ai 55. Nessuno dei due raggiunge i 61 seggi necessari per governare la Knesset. Sono trentotto le liste registrate, ma solo tredici, secondo le rilevazioni, hanno possibilità di entrare in Parlamento.
In questo scenario il travaso di voti dentro la destra diventa decisivo. Ogni elettore che a Sderot passa dal Likud a Ben-Gvir non sposta gli equilibri tra i blocchi, ma indebolisce Netanyahu dentro il proprio campo. Il Likud, accreditato di una ventina di seggi, rischia di non essere il primo partito, e in Israele questo pesa sul mandato che il presidente affida per formare il governo. Ben-Gvir, con i sette o otto seggi previsti, diventerebbe ancora più indispensabile, e quindi ancora più esigente. È il paradosso di una leadership che per sopravvivere ha imbarcato l’estrema destra e ora rischia di esserne svuotata.
Il presidente Isaac Herzog, secondo indiscrezioni della stampa israeliana, starebbe lavorando a un governo di unità nazionale tra Likud ed Eisenkot. Ma l’ex generale chiede un’inchiesta indipendente sul 7 ottobre, il servizio militare obbligatorio anche per gli ultraortodossi e, soprattutto, l’uscita di scena di Ben-Gvir e Smotrich. Bennett, dal canto suo, ha escluso qualsiasi accordo con Netanyahu. Sullo sfondo restano i processi del premier, il giudizio negativo della maggioranza degli israeliani sulla sua gestione, la sensazione diffusa che l’esito della guerra con l’Iran non abbia portato la sicurezza promessa. E resta l’ombra di Washington, con Trump che non esclude un sostegno esplicito.
Sderot è una lente che ingrandisce l’intero Paese. Il trauma non ha spinto verso la ricerca di nuove strade, ma verso un irrigidimento identitario. Chi ha visto la propria città devastata chiede protezione, e la cerca in chi promette la mano più dura. È una reazione comprensibile e insieme pericolosa, perché trasforma la paura in programma politico e rende sempre più stretto lo spazio per qualsiasi prospettiva che non sia la guerra permanente. Il 27 ottobre Israele non sceglierà soltanto un governo. Deciderà se il 7 ottobre resterà una ferita da curare o diventerà il fondamento di un’identità chiusa.





