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E così anche i giorni di Keir Starmer sono numerati. Il leader laburista ha vinto le elezioni appena un anno e mezzo fa, con una schiacciante maggioranza di 412 seggi su 650; e sembra già sul punto delle dimissioni. Che fine hanno fatto i premier britannici dalla vita politica infinita? Margaret Thatcher governò dodici anni, traghettando il Regno Unito dagli anni 70 agli anni 90, vincendo guerre — «sink it», affondatelo, ordinò ai suoi generali quando fu avvistato l’incrociatore Belgrano: morirono 323 marinai argentini —, domando i minatori in sciopero, scontrandosi con i terroristi dell’Ira. Tony Blair governò per un decennio, quello della Cool Britannia, delle Spice Girls e di Robbie Williams, di Hugh Grant e del Millennium Dome, del London Eye e di Shakespeare in Love. Poi a un certo punto anche la macchina di Westminster, il rodatissimo meccanismo della politica inglese, in cui il premier scioglie le Camere e chi vince prende tutto — i laburisti oggi hanno una netta maggioranza ai Comuni pur avendo preso solo un terzo dei voti — è andato in tilt. I conservatori hanno bruciato un premier dopo l’altro: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson. Liz Truss rimase in carica per 50 disastrosi giorni: i Tory dovettero ammettere di essersi sbagliati, e al suo posto misero il primo capo del governo di origine indiana, Rishi Sunak, evaporato senza lasciare traccia.
D all’altra parte della Manica, l’istituzione presidenziale francese non è messa molto meglio. La carica di capo dello Stato eletto dal popolo era stata ritagliata attorno alla figura quasi sacrale del Generale De Gaulle, salvatore della patria, che nel 1965 – per dire il livello della politica del tempo – sconfisse al ballottaggio François Mitterrand. Mitterrand arrivò poi all’Eliseo nel 1981 e ci restò fino al 1995: lo chiamavano Dieu, Dio. Chirac rimase in carica dodici anni e fu rieletto con oltre l’82 per cento dei voti. Da allora è cambiato tutto. Sarkozy è finito in galera. Hollande si è coperto di ridicolo. Anche l’esperimento macronista sta finendo nell’irrilevanza: il presidente è impopolare, il Cancelliere tedesco Merz – che comunque non è la Merkel – lo tradisce con l’Italia, all’orizzonte compare il profilo vacuo e indecifrabile del giovane e misterioso Jordan Bardella.
Che cos’è successo alle leadership europee? Quanto sono malate le democrazie del Vecchio Continente? Pare quasi che gli unici a fare politica e a garantire stabilità siano i satrapi: Putin, Erdogan, Xi Jinping, Modi. Gente che mette gli oppositori in galera. Ma è davvero così?
La democrazia rimane la peggior forma di governo, escluse tutte le altre. E il tanto vituperato Occidente resta la parte di mondo dove i diritti delle minoranze sono riconosciuti, la libertà è meglio tutelata, le donne contano di più, lo Stato sociale regge, resistono sia pure a fatica un sistema sanitario nazionale e la scuola pubblica.
Eppure anche alle democrazie servono i leader. Donne e uomini capaci di guardare lontano, alle prossime generazioni. Di affrontare le grandi questioni: il calo demografico, la proliferazione nucleare, il cambio climatico, l’egemonia della tecnofinanza, l’elusione fiscale dei grandi capitali, la costruzione di un mondo post-umano con l’intelligenza artificiale e le biotecnologie. Forse è calato il livello di chi fa politica. Certo si è inceppato il meccanismo di selezione della classe dirigente e la sua base di legittimazione popolare. In Italia si eleggono presidenti di Regione e sindaci votati da un quarto dei cittadini. I partiti, che un tempo avevano scuole, sezioni, giornali, si modellano attorno agli estri social di personaggi destinati a ballare una sola estate, al Papeete o altrove. La politica, che per Paolo VI era la suprema forma di carità, è considerata una prosecuzione degli affari con altri mezzi. Financo l’odiosa rete di Epstein, nelle cui maglie sono finiti anche leader progressisti, comunica l’idea di un’élite transnazionale convinta della propria immunità e del tutto distaccata dalla gente comune, dei cui corpi e delle cui anime è convinta di poter disporre.
L’unico possibile antidoto sarebbe un ritorno alla partecipazione popolare, alla cittadinanza, alla discussione pubblica, alle scelte comuni. Una democrazia che sappia darsi strutture agili, tempi brevi, procedure certe. Una democrazia che decida.
Alla vigilia del ballottaggio del 1965 tra De Gaulle e Mitterrand, il ministro della Cultura, che non era un Gennaro Sangiuliano ma André Malraux, uno dei più importanti scrittori europei del Novecento, disse: «Si tratta di scegliere tra un uomo della storia, che non si ritroverà domani, e un politicante, di quelli che si ritrovano a ogni angolo». Il giudizio su Mitterrand era ingeneroso. Oggi non si vedono all’orizzonte uomini della storia. Ma di uomini – e donne ovviamente – seri, rigorosi, affidabili avremmo una disperata necessità .





