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Siena è in crisi giunturale. Non congiunturale — non è una flessione, non è un momento difficile destinato a passare. È una crisi di snodo, di cerniera tra epoche, il tipo di crisi in cui una comunità deve decidere chi vuole essere. E Siena, in questo momento, sta decidendo. Solo che la decisione assomiglia molto a una non-decisione.
Chi scrive conosce questa città. La conosce dal di dentro, con tutto quello che questo significa — le sue grandezze autentiche, le sue contraddizioni profonde, il peso specifico delle sue scelte. E proprio per questo sa che quello che sta accadendo non è una sorpresa. È la conferma di qualcosa che chi ha provato a cambiare davvero le cose ha imparato a riconoscere: Siena ha un sistema immunitario potentissimo. Rigetta ciò che non le appartiene. Riassorbe ciò che le è familiare. E lo fa con una eleganza tale che spesso è difficile persino nominarlo.
Proviamo a guardare i fatti per quello che sono.
Alla guida della Fondazione Monte dei Paschi — lo strumento principale che questa città ha per investire nel proprio futuro — si avvia a essere nominato un uomo che fu presidente del Monte negli anni di scelte controverse, e che quelle scelte ha rivendicato pubblicamente, con orgoglio, vent’anni dopo, in una intervista rilasciata a un giornale locale. Non un’ammissione. Una rivendicazione. La candidatura viene dall’Università. Ma ha il sostegno del PD — la forza politica che quella stagione l’ha vissuta dall’interno. Il centrodestra, che aveva fatto della discontinuità la propria bandiera, accetta. Convergenza silenziosa, trasversale, presentabile. Una lapide condivisa su cui nessuno vuole incidere il nome del defunto.
Nello stesso identico momento, il Consiglio dei Giovani di Siena — con il patrocinio della Fondazione — organizza un evento dal titolo: “Siena e i suoi giovani: ha senso restare?” Sul palco, a rispondere, ci sono gli stessi rappresentanti politici che fuori dal palco stanno costruendo quell’accordo. Gli stessi che dentro la sala chiedono ai giovani cosa sognano, e fuori dalla sala decidono che il futuro appartiene a chi ha già governato il passato. Il format è quello di sempre — tavola rotonda, assessore, consigliere comunali, dati, storie di successo, aperitivo, band rock nel cortile. Tutto al posto giusto. Tutto già visto. Tutto dentro il perimetro di ciò che esiste e non vuole essere disturbato.
Non è ipocrisia consapevole. È qualcosa di più profondo e più difficile da correggere: è un sistema che non riesce a uscire da se stesso nemmeno quando ci prova, nemmeno quando ci mette la buona fede.
L’immobilismo senese non è pigrizia. È una forma di autoriproduzione perfetta. Funziona perché è trasversale — supera i confini tra destra e sinistra, tra maggioranza e opposizione, tra chi ha governato ieri e chi governa oggi. Funziona perché non ha un centro visibile, non ha un colpevole identificabile. È diventato sistema. E i sistemi non si smontano con un convegno e una band rock nel cortile.
C’è un elemento che rivela la natura vera di questo immobilismo meglio di qualsiasi analisi. Chi prova a portare discontinuità reale — non annunciata, non di facciata, ma concreta, misurabile, capace di spostare davvero qualcosa — viene tollerato finché non disturba. Quando i risultati arrivano, quando il cambiamento diventa visibile e irreversibile, allora diventa pericoloso. E viene rimosso. Questo vale per i manager. Vale per i banchieri. Vale, in modi diversi e con strumenti diversi, per chiunque abbia provato a portare in questa città una visione che non nasceva dal perimetro consueto. Il sistema riassorbe, rielabora, neutralizza. E poi riparte da dove era rimasto.
Chi scrive non parla da osservatore esterno. Parla da chi quella città l’ha attraversata, da chi ha provato a costruire qualcosa che durasse. E sa bene come funziona il momento in cui il sistema decide che hai fatto il tuo tempo. Non arriva con una dichiarazione. Arriva con un silenzio. Con una convergenza che non si nomina. Con una scelta che viene presentata come naturale, inevitabile, persino ovvia.
La domanda dei ragazzi del Consiglio dei Giovani è la più onesta che si possa fare in questa città. Ma mentre loro la pongono, la risposta viene scritta altrove, in un’altra lingua, da altre persone. E quella risposta non è nei dati, non è nelle storie di chi ce l’ha fatta, non è negli interventi dell’assessore e delle consigliere comunali.
È nella Fondazione. È in chi la guiderà. È nella scelta — silenziosa, trasversale, definitiva — di chi questa città ha deciso di essere.
Quando la domanda è organizzata dal sistema, non è più una domanda. È arredamento. È la scenografia della propria coscienza pulita.
Pierluigi Piccini





