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21 Gennaio 2026L’intervista a Il Punto – Politica non racconta tanto l’identità di un partito, quanto il modo in cui un certo linguaggio politico continua a strutturare il dibattito cittadino. Un linguaggio corretto, misurato, attento a non forzare le posizioni, che però rischia di esaurirsi nella propria coerenza. Da qui nasce una riflessione su come la correttezza del discorso possa diventare un limite, quando non si traduce in una visione capace di orientare il futuro di Siena.
La correttezza del linguaggio e l’assenza di una visione
di Pierluigi Piccini
Nota a margine alla trasmissione Il Punto – Politica di RadioSienaTv, con l’intervento di Rossana Salluce, segretaria comunale del Partito Democratico.
L’intervista restituisce soprattutto un tratto del linguaggio politico, più che il profilo compatto di un partito. È un linguaggio corretto, misurato, coerente con se stesso, capace di tenere insieme posizioni diverse senza mai forzarle. Proprio per questo appare pienamente legittimo. Ma è anche un linguaggio che tende a chiudersi nella propria correttezza, a funzionare come fine a se stesso, senza aprire uno spazio riconoscibile di direzione.
Questo registro attraversa l’intera conversazione: nella lettura del consenso elettorale, nel richiamo al lavoro sui temi, nella costruzione del cosiddetto campo largo, nella cautela sui nomi e sulle scelte. Non si tratta di assenza di contenuti, ma di una sospensione sistematica del momento in cui un’idea di città viene esplicitata come tale, assumendo il rischio di essere discussa, contestata, persino respinta. Il discorso resta sempre dentro una zona di equilibrio che evita lo scarto.
Il passaggio sulla violenza rende questo limite particolarmente evidente. Le parole sono appropriate, consapevoli, costruite con attenzione. La violenza viene riconosciuta, spiegata, collocata dentro dinamiche culturali ed educative più ampie. Ma proprio questa correttezza la sottrae a una domanda più esigente. Il tema non diventa mai criterio per interrogare priorità pubbliche, scelte politiche, orientamenti di fondo. Viene assorbito dal linguaggio, non lasciato agire come elemento capace di incrinare l’ordine del discorso.
Ne deriva una narrazione fatta di frammenti che restano tali: temi giusti, sensibilità condivisibili, percorsi possibili. Manca però ciò che li tenga insieme in una visione di città. Siena resta implicitamente presente come spazio da amministrare con equilibrio, non come realtà da orientare attraverso scelte che segnino una direzione. Non un elenco di problemi, ma un’idea che li gerarchizzi e li leghi a un orizzonte riconoscibile.
Si potrebbe obiettare che questa cautela sia una scelta consapevole: rinviare una visione compiuta per costruirla insieme agli alleati, evitare irrigidimenti, preparare un lavoro comune. È un’argomentazione comprensibile. Ma quando il metodo diventa rinvio permanente, la costruzione condivisa rischia di trasformarsi in sospensione della proposta. Senza un’idea di città già messa in campo — discutibile, perfettibile, ma riconoscibile — il confronto non accelera, rallenta. Non prepara il futuro, lo posticipa.
C’è infine un effetto politico rilevante. In assenza di una proposta che preceda la mediazione, l’opposizione tende a muoversi a rimorchio della maggioranza. Non per adesione, ma per mancanza di iniziativa autonoma. Si reagisce alle scelte altrui, se ne segnalano i limiti, ma senza imporre un’agenda alternativa capace di orientare il dibattito pubblico. Il risultato non è egemonia culturale, ma subalternità discorsiva.
Non è una questione anagrafica né di buona fede. È una questione di linguaggio politico e del suo uso. Quando la correttezza diventa autosufficiente, la politica rischia di smarrire la capacità di indicare una direzione. E una città come Siena, che da tempo fatica a immaginarsi oltre l’equilibrio dell’esistente, ha bisogno non solo di parole giuste, ma di una visione che accetti di esporsi prima del compromesso.





