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C’è una settimana, ogni tanto, in cui una corte suprema smette di essere un’istituzione e diventa uno specchio. Questa è stata una di quelle settimane.
Due casi, apparentemente lontani. Il primo riguarda chi nasce: se il suolo americano basta, da solo, a fare di un neonato un cittadino. Il secondo riguarda chi si è già nati, e cosa si può fare a un corpo e a una mente in nome della cura. In entrambi i casi, in gioco c’è la stessa domanda: chi ha il diritto di esistere, e a quali condizioni?
Il caso della cittadinanza per nascita ha una storia lunga. Nel 1898, un cuoco di San Francisco di nome Wong Kim Ark — figlio di immigrati cinesi, nato sul suolo americano — si vide contestare la cittadinanza al rientro da un viaggio in Cina. La Corte Suprema, con sei voti contro due, stabilì che il Quattordicesimo Emendamento diceva quello che diceva: chiunque nasca negli Stati Uniti è americano. Punto. Non c’era bisogno di aggiungere altro. La sentenza aprì una breccia che nei decenni successivi avrebbe cambiato la composizione demografica di un continente. Decine di milioni di persone oggi sono americane grazie a quella decisione.
Ora la storia si riavvolge. L’amministrazione Trump ha emesso un ordine esecutivo per cancellare la cittadinanza automatica per i figli di chi non è residente regolare. E la Corte — questa settimana — ha ascoltato gli argomenti. Norman Wong, settantasei anni, nipote di Wong Kim Ark, ha parlato dai gradini del tribunale mentre dentro i giudici deliberavano. Ha detto che suo nonno non era niente di speciale. Solo un uomo che non voleva farsi togliere quello che era suo.
È una frase semplice, quasi banale. Eppure contiene tutto. La cittadinanza non è un favore che lo stato concede: è una condizione che si constata. Ridurla a una concessione revocabile significa trasformare il territorio in una macchina di selezione permanente, dove il corpo che nasce vale in base a ciò che portano i genitori.
L’altra sentenza è più brutale, nella sua logica. Con otto voti contro uno, la Corte ha stabilito che le leggi statali che vietano la cosiddetta “terapia di conversione” per i minori violano il Primo Emendamento. La libertà di parola, hanno deciso i giudici, protegge anche il terapeuta che cerca di convincere un bambino o un’adolescente che la sua identità di genere o il suo orientamento sessuale sono un errore da correggere. Solo Ketanji Brown Jackson ha dissenting, ricordando che il settore medico viene regolato proprio per proteggere la salute pubblica, e che la parola non esiste nel vuoto.
Ha ragione Jackson. La parola in una stanza terapeutica non è la parola di un comizio. Ha un potere asimmetrico, si rivolge a chi è vulnerabile, si ammanta di autorità scientifica. Numerose organizzazioni mediche — tra cui l’American Psychological Association — hanno condannato la conversion therapy come pratica dannosa. Il rischio di suicidio tra i giovani sottoposti a questi trattamenti è documentato. Non stiamo parlando di un’opinione: stiamo parlando di un danno.
Eppure otto giudici su nove hanno scelto di proteggere il terapeuta. Non il minore.
C’è un filo che lega queste due decisioni, anche se apparentemente appartengono a universi diversi — immigrazione da una parte, diritti LGBTQ+ dall’altra. In entrambi i casi, si tratta di stabilire chi può reclamare piena appartenenza: alla nazione, alla propria identità, al proprio corpo. In entrambi i casi, la risposta che si profila è la stessa: dipende. Dipende da chi sei, da chi erano i tuoi genitori, da cosa pensa di te un adulto in posizione di potere.
La Corte Suprema americana sta costruendo, sentenza dopo sentenza, una giurisprudenza della condizionalità. L’appartenenza non è un dato: è un premio. E i premi si possono togliere.
Trump era presente in aula durante le argomentazioni sul caso della cittadinanza — primo presidente nella storia degli Stati Uniti ad assistere di persona a un’udienza della Corte Suprema. Il gesto ha qualcosa di ostentato, quasi teatrale. Come se volesse ricordare a tutti chi sta guardando, chi sta aspettando, chi tiene il conto.
Norman Wong, intanto, stava fuori. Sul marciapiede. A fare quello che aveva fatto suo nonno, cent’anni prima: non essere disposto a farsi togliere quello che era suo.
La storia non si ripete, diceva Mark Twain, ma fa rima. Questa settimana la rima era particolarmente chiara.





