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Intervento di Matteo Renzi al Senato della Repubblica
“Prima di noi, la Cina era come l’Unione Sovietica.” Così Alessandro Giuli, sobrio come di consueto nel suo eloquio — sobrio come i suoi studi. È evidente che se il Ministro della Cultura parla di Cina come dell’Unione Sovietica, possiamo pensare che si riferisca alla storia. Del resto, egli, dal prestigioso palco di Atreiu, definì Vladimir Vladimirovich Putin un patriota nel 2018.
Oppure forse fa un ragionamento geografico, che i cittadini di Spoleto hanno già avuto modo di apprezzare nel rinnovamento — diciamo così — geografico che Giuli ha dato al Ministero. La verità, secondo la ricostruzione del senatore fiorentino, è che prima di Giuli c’era l’Unione Sovietica. E chi non ci crede si rassegni.
La grande bellezza di Paolo Sorrentino sarebbe girata a Mosca, non a Roma. La dolce vita di Federico Fellini sarebbe chiaramente una ripresa di Stalingrado. Voi pensate alla Fontana di Trevi, ma evidentemente vi sbagliate.
Renzi non risparmia nemmeno i predecessori di Giuli. Il pericoloso infiltrato del KGB che ha fatto per anni il Ministro della Cultura in questo Paese fa finta di chiamarsi Dario Franceschini, con un’aria d’appacioso democristiano ferrarese. Si chiamerebbe, a rigor di logica sovranista, Dajowski Franceschinowski — e si è fatto crescere la barba per darsi un’aria di mimetizzazione.
Quello prima di lui si chiamava Gennaro Sangiuliano — estensione, nota l’ex premier, anche del cognome di Giuli, oltre che dell’ego. Sangiuliano ha lasciato credere di essere stato fatto fuori dalla lobby del cinema comunista. Quella ferita in testa? Non viene dal tacco di un’ex collaboratrice. Era, nella ricostruzione ironica di Renzi, un VHS della Corazzata Potëmkin rifatto a Cinecittà — la stessa Corazzata che Fantozzi liquidò con parole che ben si applicherebbero a molte riforme di questo governo.
Il senatore di Italia Viva si fa poi più diretto. “Voi siete come loro, come i sovranisti: attaccate la cultura, attaccate l’università, fate liste di proscrizione sugli attori.” La vicenda del tax credit al cinema — agitata in Parlamento dal centrodestra — non nasce all’improvviso, ma come diversivo. È la tattica di Trump, accusa Renzi: agita i file Epstein, mostra l’immagine dell’intelligenza artificiale che arresta Obama, distrai, distrai, distrai. Il tutto mentre un uomo uccide la compagna e la figlia a Villa Doria Pamphilj, a pochi passi dalla residenza della Presidente del Consiglio, e nessuno parla di sicurezza.
Volete eliminare gli sprechi? Cominciate dalla Capitale della Cultura Agrigento. E se volete fare una riflessione vera sulla cultura, si comincia educando i ragazzi alla lettura, alla poesia, alla filosofia.
Poi l’affondo finale, diretto al Ministro presente in aula: “Lei, Ministro Giuli, cosa ha fatto? Ha tagliato 100 milioni della carta per il bonus diciottenni — quella misura nata dopo il Bataclan. Lo ha fatto la settimana scorsa.” I numeri ballano — 230, 190, 150 milioni — ma per Renzi l’unico numero vero è uno solo: il taglio alla cultura, operato da un ministro che, a suo giudizio, considera la cultura una mangiatoia.
“Lei, studente fuoricorso di lungo corso, impari a studiare un po’ di più la storia di questo Paese, prima di venire a farci la lezioncina.”





