
Sigonella, il Mondiale perduto e il veleno in casa
1 Aprile 2026
Israël dit avoir tué en Iran un ingénieur du CGRI chargé du développement des tunnels du Hezbollah
1 Aprile 2026La democrazia americana e il suo spettacolo: DHS, Collins e la grammatica del conflitto
C’è qualcosa di grottescamente pedagogico nel modo in cui il sistema politico americano mette in scena le proprie crisi. Non le risolve: le performa. E la settimana che ci racconta questo dispaccio da Washington è una piccola lezione magistrale di quella che potremmo chiamare la retorica del vicolo cieco istituzionale.
Partiamo dall’episodio apparentemente tecnico: il Dipartimento della Sicurezza Interna è senza fondi. Mike Johnson, speaker della Camera, dice che non passerà nessun accordo che non finanzi ICE e la polizia di frontiera. I democratici rispondono che non finanzieranno l’enforcement dell’immigrazione senza riforme strutturali. I repubblicani più duri in aula non accetteranno quelle riforme. La procedura di riconciliazione richiederebbe tempo che non c’è. I colloqui bipartisan sono fermi da sei settimane.
In questo schema, ogni attore recita la propria parte con la precisione di chi sa che il conflitto è il prodotto, non l’ostacolo. Johnson va su Fox News a dichiarare l’ovvio — “non possiamo mettere zero dollari per la sicurezza dei confini” — non per informare, ma per segnalare. Trump minaccia di richiamare il Congresso con un potere costituzionale rarissimo, come si tira fuori un oggetto da una bacheca di cristallo: non per usarlo davvero, ma per mostrarlo. Persino la proposta bipartisan dei co-presidenti del Problem Solvers Caucus — Fitzpatrick e Suozzi, il repubblicano moderato e il democratico di centro, coppia quasi commovente nella sua anacronistica fiducia nel compromesso — galleggia nel vuoto, ignorata dalla leadership.
Quello che manca non è la soluzione tecnica. Manca la volontà politica di uscire dalla crisi, perché la crisi, in questo sistema, rende.
Il secondo episodio è ancora più istruttivo: Susan Collins, senatrice del Maine, repubblicana moderata per definizione e per curriculum, viene attaccata con spot televisivi che usano un linguaggio da America First rovesciato. “Abbiamo bisogno di quei soldi nel Maine, non in Medio Oriente,” dicono gli spot. Li paga un comitato collegato a Chuck Schumer, il leader democratico al Senato.
La scena merita una sosta. Schumer — che per decenni ha incarnato l’internazionalismo liberal, il sostegno incondizionato agli alleati, l’atlantismo bipartisan — finanzia spot che fanno leva sull’isolazionismo popolare contro una senatrice che ha votato a favore della guerra in Iran. Il linguaggio è quello dei populisti di destra, il mittente è il vertice del Partito Democratico.
Collins ha votato contro il disegno di legge che avrebbe limitato i poteri di guerra di Trump sull’Iran. Ha parlato di “sostegno incondizionato ai nostri militari.” È vulnerabile, certo — il Maine è piccolo, la guerra è impopolare, il denaro che affluisce su quella gara (quasi 37 milioni di dollari già spesi, per un milione e mezzo di abitanti) è osceno nella sua sproporzione. Ma la scelta retorica di Schumer racconta qualcosa di più: che il Partito Democratico, nella sua crisi d’identità post-2024, sta sperimentando il linguaggio del nazionalismo economico senza avere ancora una dottrina, solo un istinto di sopravvivenza elettorale.
Il paradosso finale è quasi bello nella sua perfezione: i dem sono divisi sull’Iran quanto i repubblicani sul confine. La governatrice Mills, candidata sostenuta da Schumer, critica la guerra ma con prudenza istituzionale. Il progressista Platner, che la batte nei sondaggi, è apertamente antiwar. Schumer non può attaccarlo perché la sinistra nazionale lo protegge. Allora colpisce Collins, usando le parole di Platner. La politica come ventriloquio.
Non bisogna essere cinisti per leggere queste due storie come sintomi di un sistema che ha trasformato il conflitto in infrastruttura. La crisi del DHS non è un fallimento negoziale: è il funzionamento normale di un sistema in cui ogni partito ha bisogno dell’ostaggio dell’altro per compattare la propria base. La campagna contro Collins non è un’anomalia retorica: è la dimostrazione che le categorie politiche tradizionali si stanno liquefacendo sotto la pressione dell’adattamento elettorale.
In Italia, guardando da lontano, siamo tentati di vedere nella politica americana grandeur e decisione. Quel che ci sfugge spesso è la quota enorme di teatro che la sostiene: un teatro costoso, rumoroso, e — cosa più preoccupante — sempre più incapace di distinguersi dalla realtà che pretende di rappresentare.





