
Mario Luzi a Siena, ricordi di incontri che hanno segnato la città
23 Gennaio 2026
di Pierluigi Piccini
Per molto tempo abbiamo pensato che la democrazia fosse garantita dalle sue forme: elezioni regolari, alternanza, pluralismo, legalità. Oggi scopriamo che non basta. Le forme restano, ma la sostanza si assottiglia. Non perché qualcuno abbia abolito la democrazia, ma perché sono cambiate le modalità attraverso cui si organizzano le decisioni che contano.
Le dinamiche contemporanee non si manifestano più principalmente come scelte visibili e riconoscibili, ma come flussi continui: economici, energetici, tecnologici, informativi. Flussi che attraversano i territori, incidono sulle vite, producono effetti materiali, ma raramente si presentano come decisioni politiche. Si impongono come necessità, come vincoli tecnici, come processi inevitabili.
In questo contesto, la questione della conoscenza diventa centrale. Quando i flussi attraversano i territori senza assumere una forma politicamente riconoscibile, diventa necessario disporre di strumenti capaci di renderli leggibili. Le digitalizzazioni esterne dei processi territoriali – economici, energetici, ambientali, infrastrutturali – non rappresentano un vezzo tecnologico, ma una condizione minima per riportare tali dinamiche nello spazio della comprensione pubblica.
Quando questa conoscenza manca, il funzionamento complessivo delle cose assume una forma silenziosa e la democrazia entra in crisi senza manifestarsi apertamente. Si continua a votare, discutere, indignarsi, ma sempre più spesso senza sapere dove intervenire davvero. Le decisioni cruciali appaiono già prese altrove, o comunque sottratte alla possibilità di essere comprese e orientate collettivamente.
Alla base di questa frattura si colloca un mutamento più profondo. Le nuove forme di accumulazione del capitale non hanno bisogno della democrazia. Operano attraverso processi continui, tecnici e spesso automatizzati, che non richiedono consenso né deliberazione pubblica. La democrazia può accompagnarli, tollerarli o subirli, ma non è più una condizione necessaria del loro funzionamento.
Da qui prende forma una distanza crescente tra cittadinanza e realtà. Le persone partecipano a un gioco di superfici – parole, simboli, polemiche – mentre il funzionamento concreto delle cose resta opaco. La politica si impoverisce, non perché manchino opinioni, ma perché manca una conoscenza condivisa del reale.
In questo vuoto si afferma una falsa alternativa. Da una parte, la tecnocrazia: l’idea che le decisioni spettino agli esperti, perché troppo complesse per essere discusse democraticamente. Dall’altra, il moralismo: la convinzione che la politica si riduca a smascherare colpe, scandali, responsabilità personali e penali. Entrambe eludono il nodo centrale: chi governa i flussi e in che modo.
La democrazia, però, non nasce per semplificare il mondo, ma per renderlo governabile senza consegnarlo all’opacità. Il suo cuore non è l’assenza di conflitto, ma la possibilità di trasformare il conflitto in decisione condivisa. Quando questa possibilità viene meno, la democrazia sopravvive come rito, ma perde la capacità di incidere.
Per questo la questione democratica non riguarda solo le istituzioni, ma la cultura e la conoscenza. Senza una comprensione pubblica dei processi reali – di come una scelta energetica diventa un servizio, di come una politica ambientale produce effetti sociali, di come le risorse si trasformano in diritti o diseguaglianze – non esiste scelta consapevole. In mancanza di tale consapevolezza, la libertà si riduce a formula astratta.
La democrazia del nostro tempo è chiamata ad affrontare una sfida nuova: ricostruire spazi di conoscenza condivisa dentro una realtà complessa e attraversata da flussi. Non per tornare a un passato idealizzato, ma per evitare che il presente venga governato da ciò che resta invisibile.
È in questo orizzonte che vanno lette le discussioni su partecipazione, trasparenza e innovazione istituzionale. Non come risposte tecniche, ma come tentativi – riusciti o meno – di restituire alla politica la sua funzione originaria: rendere intelligibili i meccanismi che orientano la vita collettiva e quindi renderli contendibili.
Se la democrazia deve avere ancora un futuro, non potrà limitarsi a difendere le proprie forme. Dovrà interrogare il modo in cui oggi si organizzano decisioni e processi, accettare di esporsi e ricostruire il legame tra scelta pubblica e vita concreta. Tutto il resto viene dopo.
Appendice – Flussi e sovranismo: una compatibilità apparente
A prima vista, flussi e sovranismo sembrano muoversi in direzioni opposte. I primi sono transnazionali, continui, indifferenti ai confini; il secondo rivendica limiti, identità, controllo. Eppure, nella fase attuale, queste due dimensioni non solo coesistono, ma risultano largamente compatibili.
La ragione sta nel fatto che non agiscono sullo stesso piano. I flussi economici, energetici, tecnologici e informativi organizzano il funzionamento materiale delle società attraverso processi tecnici e infrastrutturali che non richiedono consenso politico diretto. Il sovranismo, invece, opera sul piano simbolico e normativo interno: confini, sicurezza, appartenenza, ordine. Governa ciò che è visibile, mentre ciò che produce gli effetti decisivi continua a scorrere altrove.
Da questa separazione nasce un equilibrio funzionale. I flussi non vengono messi in discussione e non devono giustificarsi politicamente. Il sovranismo offre una risposta identitaria alla perdita di controllo reale, trasformando il disagio sociale in domanda di protezione senza incidere sui meccanismi dell’accumulazione del capitale. In questo senso non interrompe i flussi: li accompagna e li rende politicamente neutri.
L’alleanza è tanto più solida quanto più i flussi restano opachi. Finché non sono conoscibili nei loro effetti territoriali, possono essere presentati come necessità tecniche inevitabili. La politica può così limitarsi a governare il racconto, mentre la democrazia sopravvive come forma e le decisioni sostanziali si spostano altrove.
Spezzare questa compatibilità non significa opporsi ideologicamente al sovranismo né negare i flussi. Significa ricomporre ciò che oggi è separato. Rendere leggibili i flussi che attraversano i territori vuol dire riportare nello spazio pubblico processi, effetti e responsabilità.
In questo senso, la digitalizzazione esterna delle conoscenze territoriali non è una risposta tecnica, ma un gesto politico. Sottrae ai flussi la protezione dell’invisibilità e al sovranismo la funzione di compensazione simbolica. Quando i flussi diventano conoscibili e i territori tornano a parlare, l’identità non basta più a sostituire la politica. È in questo spazio che la democrazia può tentare di ricostruire il legame tra decisione e vita concreta.





