
La violenza come sistema. La crisi del limite
18 Gennaio 2026
Nelle ultime ore la Groenlandia è tornata al centro della scena internazionale, non per una crisi diplomatica formale ma per una mobilitazione popolare che segnala un disagio profondo. In diverse città, dentro e fuori l’isola, centinaia di persone sono scese in piazza per rivendicare il diritto all’autodeterminazione e per respingere l’idea che il futuro del territorio possa essere deciso altrove.
Una manifestazione significativa si è svolta ad Aalborg, dove circa 700 persone hanno protestato apertamente contro le pressioni statunitensi sulla Groenlandia. Cartelli, slogan e interventi pubblici hanno ribadito un messaggio netto: la Groenlandia non è in vendita e non intende diventare parte degli Stati Uniti. Alla mobilitazione hanno partecipato anche cittadini groenlandesi residenti in Danimarca, insieme a sostenitori danesi sensibili al tema della sovranità e del rispetto dei processi democratici.
Parallelamente, anche a Nuuk la piazza si è fatta sentire. I Nuummiut, abitanti della capitale, hanno manifestato per difendere l’identità, le risorse e il futuro politico dell’isola. Al centro delle proteste non c’è solo il rifiuto di un’eventuale annessione, ma anche la richiesta che ogni scelta strategica avvenga attraverso un confronto trasparente, nel rispetto delle istituzioni locali e del rapporto con Danimarca, da cui la Groenlandia dipende formalmente.
Sul piano internazionale, le tensioni sono alimentate dalle dichiarazioni e dalle minacce economiche provenienti da Washington. Donald Trump ha più volte rilanciato l’idea di una Groenlandia sotto influenza americana e, nelle ultime settimane, avrebbe ventilato l’ipotesi di nuovi dazi contro la Danimarca come leva politica nella disputa. Un approccio che ha rafforzato le proteste, trasformando una questione geopolitica in un tema di mobilitazione civile.
Il messaggio che arriva dalle piazze è chiaro: la Groenlandia non vuole essere oggetto di scambi o pressioni economiche. La sua collocazione strategica nell’Artico e le sue risorse naturali non possono prescindere dalla volontà di chi la abita. E oggi, quella volontà, si sta esprimendo ad alta voce.


