
𝐃𝐀𝐋𝐋𝐀𝐋𝐓𝐑𝐀𝐏𝐀𝐑𝐓𝐄𝐃𝐄𝐋𝐋𝐀𝐋𝐔𝐍𝐀
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6 Novembre 2026La guerra all’Iran ha cambiato il regime a Washington: il Texas volta le spalle a Trump
Una battuta circolata sui social la notte del 4 novembre riassume meglio di molte analisi il senso del voto americano: Trump ha ottenuto il cambio di regime, ma in Texas prima che a Teheran. La guerra all’Iran, avviata a febbraio come prova di forza e presentata come una sequenza di successi militari, è tornata indietro come un boomerang e ha colpito il presidente nel cuore del suo consenso. I democratici hanno conquistato la Camera e il Senato, ribaltando più di quaranta seggi alla Camera e salendo ad almeno cinquantaquattro senatori, con stime che li collocano tra 251 e 268 deputati.
Il dato più clamoroso viene proprio dal Texas. James Talarico, giovane deputato statale, ha battuto il procuratore generale Ken Paxton con circa dodici punti di distacco, oltre un milione di voti: è il primo democratico mandato dal Texas al Senato dal 1988. Insieme a lui Gina Hinojosa ha sconfitto il governatore Greg Abbott, e i democratici hanno conquistato anche la vicegovernatura e la procura generale. I repubblicani avevano speso oltre 413 milioni di dollari nella sola corsa al Senato, ed Elon Musk aveva puntato circa 224 milioni sui candidati del partito. Talarico ha risposto con una frase destinata a restare: il Texas non è in vendita. Il crollo non si è fermato lì. Sono passati ai democratici seggi senatoriali in Iowa, Kansas, Carolina del Nord, Ohio e Carolina del Sud, Stati che da decenni non votavano così.
La lettura politica più netta è arrivata dal vicepresidente JD Vance, che ha detto senza giri di parole che i repubblicani hanno perso per la guerra. Trump si è detto d’accordo, aggiungendo però che gli americani avrebbero capito l’importanza di quanto fatto con l’Iran e ammettendo il peso del prezzo della benzina, salito con il conflitto. È un’ammissione rara per un presidente che ha costruito la sua immagine sull’invincibilità.
Eppure attribuire tutto alla guerra sarebbe una semplificazione. Gli exit poll raccontano un quadro più articolato: il conflitto è stato decisivo per circa un terzo degli elettori, mentre il costo della vita e la corruzione hanno pesato di più. Ma è proprio qui che la guerra mostra il suo effetto reale: non come tema astratto di politica estera, bensì come moltiplicatore dei problemi quotidiani. Il carburante più caro, le risorse distolte, la sensazione di un potere chiuso nelle proprie decisioni e lontano dalla vita delle persone. Una guerra scelta e non subita diventa così il simbolo di un’amministrazione che ha smarrito il rapporto con chi l’aveva votata.
Il paragone che molti osservatori hanno richiamato è il 2006, quando la guerra in Iraq costò ai repubblicani entrambe le camere. Allora come oggi la promessa di rifare il Medio Oriente si è infranta contro la realtà, mentre a Teheran il regime resta in piedi. Ora la questione passa al nuovo Congresso: tra i democratici c’è già chi indica come prima mossa il taglio dei fondi alle operazioni in Iran. Da gennaio Trump dovrà governare con un Parlamento ostile, e il tempo lungo della politica, quello che non si misura sui proclami ma sulle conseguenze, gli ha presentato il conto.





