
Escalade au Liban
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La guerra americana che nasce da Israele
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C’era una volta un impero che chiedeva il permesso. Non sempre, non in modo trasparente — ma almeno fingeva di farlo. Costruiva pretesti, inventava prove, fabbricava narrazioni. Nel 2002 Donald Rumsfeld produsse quella celebre architettura verbale sui “known knowns” e gli “unknown unknowns” — sofisticazione retorica al servizio di una bugia. Era il preludio alla guerra in Iraq. Ma almeno Rumsfeld sentiva il bisogno di parlare.
Oggi Trump attacca l’Iran al sesto giorno e nessuno si preoccupa di costruire un pretesto. Non perché la verità sia più accessibile, ma perché il pretesto è diventato superfluo. La domanda “perché andiamo in guerra?” non viene più posta, e questa assenza non produce scandalo. È questo il mutamento più profondo — non la guerra in sé, ma la scomparsa dell’obbligo di giustificarla.
La Costituzione americana attribuisce al Congresso il potere di dichiarare guerra. Era una delle architetture più deliberate dei Padri Fondatori: quella decisione non poteva essere affidata a un solo uomo. Richiedeva deliberazione, consenso, responsabilità collettiva. Oggi quel meccanismo è svuotato. Il Congresso ha ceduto la propria autorità militare episodio dopo episodio, finché non è rimasto quasi nulla.
Non è un processo iniziato con Trump. È una deriva lunga decenni, accelerata dalla Guerra Fredda, consolidata dopo l’11 settembre. Ogni presidente ha preso un po’ di più del precedente. Trump non ha inventato la concentrazione del potere esecutivo — l’ha liberata da ogni residuo pudore.
Una democrazia non muore solo quando viene abolita. Muore anche quando le sue forme sopravvivono svuotate di sostanza. Il Congresso esiste ancora, vota ancora — ma ha smesso di esercitare le funzioni per cui era stato concepito. La macchina istituzionale gira, produce rumore — e nel frattempo il presidente decide da solo se mandare i bombardieri.
Hegel diceva che la civetta di Minerva spicca il volo al crepuscolo — la filosofia comprende la realtà solo quando è già tramontata. Forse è così anche per la democrazia. L’America di oggi non è una dittatura. Ma è una democrazia in cui un uomo solo può portare il paese in guerra senza spiegare perché, senza chiedere il permesso a nessuno.
Questa non è la fine della democrazia. È qualcosa di più sottile e forse più pericoloso: è la sua mineralizzazione. La forma che sopravvive al contenuto.





