
La Domenica delle Idee
11 Gennaio 2026
Quella distanza, questa materia
11 Gennaio 2026
Ovvero: come un riccio di castagno mette in crisi la nostra idea di fine
di Pierluigi Piccini
La nostra idea di fine non nasce dall’esperienza del mondo, ma da un’antica inquietudine: il bisogno di fermare ciò che cambia. La filosofia occidentale, fin dalle sue origini, ha cercato riparo nella stabilità. Ha preferito l’essere al divenire, la forma alla materia, ciò che resta uguale a ciò che si trasforma. Il mutamento è stato pensato come perdita, come degradazione, come scivolamento verso qualcosa di meno reale.
Così abbiamo imparato a guardare le cose come se avessero un compito preciso da svolgere. Finché lo svolgono, hanno senso. Quando lo esauriscono, restano. E ciò che resta, per noi, è sempre sospetto. È il residuo, l’avanzo, lo scarto. In questa visione, la materia non è mai pienamente innocente: è sempre in attesa di essere giustificata da uno scopo.
Ma basta uscire da questa grammatica per accorgersi che il mondo non funziona così.
Nel bosco dell’Amiata, un riccio di castagno cade a terra. Non accade nulla di straordinario. Eppure, in quel gesto minimo, crolla l’idea stessa di fine. Quel riccio, che per noi ha “finito” il suo lavoro, entra immediatamente in una rete di relazioni. L’umidità lo attraversa, i microrganismi lo abitano, il suolo lo accoglie. Non c’è un momento in cui smette di essere attivo. C’è solo un cambio di ritmo, di scala, di visibilità.
La filosofia che ha cercato di separare l’essere dal divenire non ha retto a lungo quando ha dovuto guardare la materia da vicino. Ogni volta che ci siamo avvicinati davvero alle cose – non per classificarle, ma per seguirle – abbiamo scoperto che non esistono oggetti stabili che poi cambiano. Esistono processi che noi, per comodità, interrompiamo con un nome. Il riccio non è una cosa che poi diventa altro: è già trasformazione mentre lo chiamiamo riccio.
La fine, allora, non è un evento naturale. È una decisione dello sguardo. È il punto in cui smettiamo di seguire il movimento e diciamo: qui basta, qui termina. Ma la materia non si ferma dove ci fermiamo noi. Continua, indifferente alle nostre categorie, ai nostri bilanci, alle nostre paure.
Pensare la materia come “destinata a uno scopo” è una scorciatoia potente. Rende il mondo governabile, ordinabile, smaltibile. Ma è anche l’origine di una violenza sottile: quella che trasforma ciò che eccede lo scopo in problema, ciò che resta in rifiuto. Lo scarto nasce qui, non nel bosco, non nella materia, ma nel pensiero che non sa più accompagnare i processi e ha bisogno di chiuderli.
Il riccio di castagno mette in crisi questa logica perché non obbedisce a nessuna finalità ultima. Non deve diventare qualcosa di preciso per “giustificarsi”. Proprio per questo può diventare molte cose. Può nutrire il suolo, ospitare vita, essere studiato, trasformato, lasciato lì. Nessuna di queste possibilità è più vera delle altre. Nessuna lo esaurisce.
Qui la filosofia è costretta a fare un passo indietro e a tacere. Non per rinunciare a pensare, ma per imparare a seguire. A restare nel mezzo, senza cercare un compimento finale. La materia non attende di essere salvata né di essere portata a termine. È già piena, in ogni istante, perché è in movimento.
La nostra ossessione per la fine – la fine delle cose, la fine delle risorse, la fine del mondo – dice più di noi che della realtà. Anche quando parliamo di crisi ambientale, usiamo il linguaggio dell’ultimo atto. Ma la materia non conosce apocalissi. Conosce trasformazioni, spesso dolorose, spesso ingiuste, ma mai definitive. Nulla scompare. Nulla esce dal gioco.
Il riccio resta lì, nel bosco dell’Amiata. Non come simbolo poetico, ma come presenza ostinata. Ci ricorda che la fine è una costruzione umana, non una legge del mondo. Che lo scarto è una nostra invenzione. E che forse il compito più urgente non è “dare un senso” alla materia, ma smettere di toglierglielo quando cambia forma.
La materia è immortale perché non smette mai di accadere.
Siamo noi, semmai, a distrarci.





