
Crescere con la musica Strumenti agli studenti
17 Gennaio 2026
di Pierluigi Piccini
Un ragazzo ucciso a scuola.
Liste di ragazze da stuprare che circolano nelle chat tra compagni di banco.
Sono fatti che fanno orrore. E che rischiamo di liquidare in fretta come follia, devianza, casi isolati. È una difesa comprensibile. Ma è falsa. Perché questi episodi non sono incidenti del sistema: ne sono la rivelazione più brutale.
C’è un filo che lega la violenza che esplode nei corridoi scolastici alle guerre normalizzate nei notiziari, alla competizione feroce per il lavoro, per il riconoscimento, per un posto nel mondo. È il filo di una società che ha smesso di considerare la violenza una frattura e l’ha trasformata in metodo, in linguaggio quotidiano.
La morte come paesaggio
E poi la morte è entrata ovunque.
Nei notiziari, nei telefoni, nei flussi continui di immagini. Guerre trasmesse in diretta, corpi senza nome, cadaveri mostrati e rimossi nello stesso gesto. La morte non interrompe più nulla: scorre.
Questa esposizione permanente produce assuefazione e impotenza. Guardiamo senza poter fare niente. Vediamo senza poter intervenire. La morte diventa uno sfondo, un rumore costante. Perde peso, perde realtà. E quando la morte perde realtà, anche la vita la perde.
Crescere dentro questo paesaggio significa imparare presto che il corpo è fragile, sostituibile, sacrificabile. Che sparire è possibile, e forse non così grave. La violenza quotidiana non nasce solo dall’aggressività, ma da questa anestesia collettiva: da un mondo in cui la morte è ovunque e non riguarda più nessuno.
La violenza che si apprende
Quelle liste non nascono dal nulla. Non sono il delirio di un singolo. Sono testi collettivi, costruiti insieme, condivisi, commentati. In quelle parole c’è un patto implicito: il corpo femminile ridotto a territorio di dominio. Non desiderio, ma possesso. Non incontro, ma conquista. Una violenza che non ha bisogno di urlare, perché circola, sedimenta, diventa normale.
Questa violenza si impara.
Si impara in una pornografia che confonde il piacere con l’umiliazione. In un linguaggio che trasforma il sesso in sopraffazione. In una cultura che espone il corpo delle donne ovunque, lo rende disponibile, consumabile, privo di soglia.
Ma si impara anche a scuola. Non nei programmi, bensì nell’atmosfera. Nel modo in cui si sta insieme. Quando tutto diventa competizione, quando il valore coincide con il voto, quando l’errore non è passaggio ma colpa, la violenza è già all’opera. È la violenza fredda della selezione, quella che divide, classifica, scarta. Che suggerisce, senza dirlo: se non rendi, non vali.
Corpi senza mondo
Quando questa logica arriva al punto di rottura, l’altro smette di essere un limite. Diventa un ostacolo. E l’ostacolo si elimina.
Molti ragazzi violenti non sono “troppo pieni”, ma drammaticamente vuoti. Vivono in una forma di assenza: corpi senza mondo, identità senza legami. La violenza diventa l’unico modo per sentirsi reali, per incidere, per lasciare una traccia.
In una società che misura tutto in termini di visibilità, la violenza funziona. Garantisce attenzione immediata, presenza, riconoscimento. Un atto estremo produce in un istante ciò che una vita ordinaria non concede mai. È il risultato di un mondo che ha sostituito l’essere con l’apparire, la relazione con la connessione.
(Fine Parte I)





