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A Teheran, mentre si celebrava l’anniversario della Rivoluzione islamica, le immagini ufficiali hanno mostrato piazze gremite e slogan contro gli Stati Uniti. Il quotidiano Tehran Times ha rilanciato la retorica della resistenza nazionale, sostenendo che la “nazione iraniana” sia più grande della “grande armata” evocata da Donald Trump, in riferimento al rafforzamento della presenza militare americana nella regione.
Ma dietro le coreografie patriottiche, il malcontento resta profondo. La corrispondente della BBC Lyse Doucet ha raccontato un’atmosfera ambivalente: celebrazioni ufficiali da un lato, segnali di disillusione e sfida dall’altro. L’inflazione, le sanzioni e l’isolamento internazionale hanno inciso sulla vita quotidiana, e molti giovani mostrano una distanza crescente rispetto alla narrazione rivoluzionaria.
Sul piano diplomatico, Trump ha dichiarato di aver “insistito” con Benjamin Netanyahu affinché i colloqui con Teheran proseguissero, mentre il premier israeliano ha ribadito che le “esigenze di sicurezza” restano prioritarie. Il fragile equilibrio tra pressione militare e negoziato si riflette anche nelle mosse del Pentagono: secondo il Wall Street Journal, una seconda portaerei sarebbe pronta a essere dispiegata in Medio Oriente. È una dimostrazione di forza che punta a dissuadere Teheran, ma che rischia di irrigidire ulteriormente il quadro.
L’Europa osserva con inquietudine. La competizione tra Germania e Francia sulla strategia per salvare l’industria europea si è riaccesa. Da un lato Berlino difende un approccio prudente sugli aiuti di Stato; dall’altro Parigi spinge per strumenti comuni più ambiziosi. Ursula von der Leyen ha attribuito ai governi nazionali parte della responsabilità della stagnazione economica, mentre il rapporto personale e politico tra Friedrich Merz e Emmanuel Macron appare più distante rispetto alle attese iniziali. In questo contesto, l’Unione europea accelera sulla cooperazione nel settore dei droni, considerati cruciali contro minacce ibride e destabilizzazioni.
La centralità della tecnologia militare è evidente anche negli Stati Uniti. Test su nuovi sistemi laser anti-drone avrebbero provocato la temporanea chiusura dello spazio aereo di El Paso, sollevando interrogativi sulla sicurezza e sulla crescente integrazione tra infrastrutture civili e sperimentazione militare.
Intanto, sullo sfondo globale, altre democrazie vivono momenti delicati. In Bangladesh si vota per le tredicesime elezioni parlamentari, le prime dopo la caduta di Sheikh Hasina. Tarique Rahman promette un’era di politica “pulita”, ma il Paese resta segnato da profonde divisioni. In Canada, una sparatoria di massa ha riacceso il dibattito sulla sicurezza interna, mentre la polizia ha identificato la sospettata e prosegue nelle indagini sul movente.
Dall’Iran al Medio Oriente, dall’Europa all’Asia meridionale, il filo rosso è la tensione tra potenza e fragilità. Le “armate” – militari, industriali o tecnologiche – sono strumenti visibili. Ma le nazioni si misurano soprattutto sulla coesione interna, sulla capacità di ascoltare il malcontento e di trasformarlo in riforma. È su questo terreno che si gioca la partita più profonda, ben oltre le flotte schierate o le piazze riempite.





