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27 Febbraio 2026Divano La rubrica settimanale di arte e società. A cura di Alberto Olivetti
Era un ragazzo sui quindici anni Eugène Delacroix (1798-1863) quando, nel 1813, visitò per la prima volta la Normandia. Da allora i suoi soggiorni a Fécamp, a Dieppe, a Étretat si succedono regolarmente lungo l’intera sua vita, fino almeno al 1860. È giusto nel corso di quel cinquantennio che cresce, e si infittisce, l’attrattiva dei pittori per quella costa di falesie a picco sul mare, di spiagge che si dilungano a descrivere in ampie prospettive la deserta battigia atlantica, la distesa mutevole del mare fino ai lontani orizzonti e agli alti cieli. Scenari che si offrono allo sguardo di chi si impegni a rendere, nelle forme della pittura, quel mutare naturale di luci, quel loro lento sorgere fino ad accendersi e piano svanire, trasformarsi in ombra, in oscurità.
Ovvero animare di atmosfere diverse, secondo le ore del giorno e della notte, un medesimo luogo, disporlo agli occhi del pittore volta a volta composto, ‘ordinato’, diciamo così, in termini di paesaggio.
Scrive Delacroix in una pagina di un suo diario del 1857: «Quando posiamo gli occhi sugli oggetti che ci circondano, che si tratti di un paesaggio o di un interno, notiamo tra quelli che si offrono al nostro sguardo una sorta di legame prodotto dall’atmosfera che li avvolge e dai riflessi di ogni tipo che fanno partecipare ogni oggetto a un’armonia generale».
L’«armonia generale» è – a parere di Delacroix – proprio l’opera di pittura specialmente per la sua natura sinottica, visione d’insieme, contesto di reciproche corrispondenze di ordine cromatico, capaci di dare conto dei «riflessi», dei «legami», delle «atmosfere». Essi mettono così capo ad una rappresentazione dell’«oggetto» e lo rendono riconoscibile nel «legame» che lo profila nel momento in cui ne vien tracciato il contorno. Un contorno che non è più il contorno netto di cui parla Winckelmann, ma la frangia mossa che si mescola alla «atmosfera» dalla quale l’«oggetto» è «avvolto». Tento di illustrare queste considerazioni di Delacroix descrivendo una sua carta all’acquarello (Falesie a Dieppe, cm 12,8 x 16,8; Caen, Collezione Association Peindre en Normandie. Inv. PN 2012.4.1) che si data intorno al 1834 eseguita en plein air, in riva al mare, tra le rocce d’una scogliera nei dintorni di Dieppe.
È facile immaginare il pittore che tra i sassi finalmente ha trovato un posto meno scomodo, tale da consentirgli di realizzare questa veduta, il foglio precariamente appoggiato al coperchio della cassetta dei colori che tiene malferma sulle ginocchia. Ha sistemato accanto tre vaschette: una è per l’acqua e due per le uniche tinte impiegate: una terra bruna e un cilestrino smorto.
Ma poi c’è, pronto ad entrare in gioco, il colore della carta – non bianco né brillante – d’un tono, invece, spento e tenue che tiene d’un sobrio verdastro. Questo ‘fondo’ fornisce l’‘aria’ entro la quale prendono forma le scabrosità delle rocce e la piatta uniformità del mare calmo.
La prospettiva è ravvicinata; la riconosci del tutto simile a quella raccorciata di chi cammina passo passo, da uno scoglio all’altro, e ora si è fermato a valutare quanto ancora abbia intenzione di aggirarsi e poggiare d’attorno gli occhi su quel luogo di immemoriali solitudini.
Il pennello di Delacroix agisce rapidissimo sulla carta. Se ne possono contare le volte. Dunque il paesaggio normanno si è composto armonicamente, ha preso forma in pochi compatti minuti. Un tempo di esecuzione concentrato, senza una sola sosta, la mano ad operare sicura al comando di un unico colpo d’occhio.
Lo stesso colpo d’occhio, quel punto di vista di chi si trovi ad osservare le falesie dagli scogli della contigua riva, lo riconosciamo nel 1864, trent’anni dopo, in un dipinto del giovane Claude Monet (1840-1926). Mi riferisco a Étretat (olio su tela, cm 27 x 41; anch’esso conservato a Caen, Inv. PN 999.3.1). La tela, di segnalata bellezza, ha dimensioni contenute.
Colpisce il ricorso di Monet ai medesimi raccordi cromatici concentrati su una terra bruna e su un celeste-grigio che si influenzano reciprocamente e, quando appena si mescolano, affiorano come un verdastro. La medesima atmosfera generale, in Monet, la medesima armonia già ottenuta da Delacroix.





