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Il caso David Rossi torna a guardare verso nord. Verso quella Pianura Padana dove si incrociano storie di imprenditori, geometri, conoscenze oblique e silenzi che durano anni. La commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Gianluca Vinci — che già lo scorso marzo ha formalizzato la propria convinzione che la morte del responsabile della comunicazione di Monte dei Paschi, avvenuta il 6 marzo 2013, sia stata un omicidio — continua a lavorare su un fronte che fin dall’inizio si è rivelato il più opaco: chi era davvero presente quella sera a Rocca Salimbeni, e per conto di chi.
Nell’ultima seduta, la commissione ha ascoltato Giovanna Ricci, ex dipendente comunale senese. Dal suo verbale — risalente al 24 febbraio 2020 e ora riletto nel dettaglio — emerge un nome fino a quel momento rimasto nell’ombra: un geometra mantovano di nome Fiorenzo, già individuato dagli uffici della commissione come Fiorenzo Gilli, ancora iscritto all’albo professionale di Mantova. Sarebbe stato lui, stando alle parole della Ricci, a parlare dei rapporti tra David Rossi e un certo Antonio Muto — imprenditore attivo tra la Lombardia e il mantovano, coinvolto in un procedimento legato alla ‘ndrangheta. Un uomo che, secondo quanto riferito dall’avvocato Luca Goracci anni fa, si sarebbe presentato nel suo studio nel 2015 sostenendo di avere avuto un appuntamento con Rossi proprio la sera in cui il manager è morto. Di essere arrivato tardi. Di aver trovato un corpo a terra nel vicolo Monte Pio.
Gilli sarà convocato con urgenza. Probabilmente già nella settimana successiva alla seduta, o quella dopo ancora. Verrà ascoltato anche Sergio Rizzo, giornalista di Repubblica, che nel 2017 era già stato informato dei presunti incontri tra Muto e Rossi dopo aver parlato proprio con Goracci.
Il problema, che la commissione non fa fatica ad ammettere, è che Muto non è ancora identificato con certezza. Esistono omonimi, descrizioni fisiche che non tornano, tracce che si moltiplicano senza convergere. La Ricci, nel corso della sua audizione, ha precisato di aver appreso la notizia dell’incontro previsto quella sera nell’ufficio di Rossi non direttamente, ma tramite Maurizio Montigiani — il quale, interpellato al riguardo, ha tenuto a chiarire di non aver potuto sapere nulla la sera stessa del 6 marzo 2013: la sua comprensione della vicenda, dice, è maturata dopo il 2015, leggendo gli atti dell’archiviazione, quando la versione di Goracci aveva cominciato a collimare con alcune sue riflessioni private. Non è un indovino, ha precisato. E nei primi anni aveva persino bloccato la Ricci su Facebook.
Rimane però il nodo centrale. Chi era Antonio Muto? La commissione ha trasmesso gli atti alla Procura di Roma proprio a causa di alcune discordanze emerse nell’identificazione. La pista calabrese — un Muto condannato per vicinanza alla cosca Grande Aracri — era stata sollevata già nel 2021 da Wanda Ferro in sede antimafia, senza che la questione trovasse allora seguito. Ora la commissione ci ritorna, e lo fa con strumenti nuovi: un geometra da sentire, un giornalista da interrogare, e la consapevolezza — affermata nella relazione intermedia approvata all’unanimità lo scorso marzo — che David Rossi non si è buttato, ma è stato spinto.
Tredici anni dopo, Mantova è diventata una delle direzioni obbligate di questa storia. I fili portano lì: al Po, alle province della Bassa, a nomi che compaiono e scompaiono nei verbali come ombre su una parete. Rimane una frase, riferita dal fratello Ranieri, che David avrebbe pronunciato poco prima di morire: «Ho fatto una cazzata. Un amico mi ha tradito.» Chi fosse quell’amico è ancora da scoprire. Secondo la commissione parlamentare, una cosa è però già accertata: David Rossi non si è buttato. È stato spinto.





