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Il vizio è lo stesso a destra e a sinistra: si combatte accanitamente su come si vince, mai su per chi si governa. Non si discute la cosa. Si discute il modo di arrivare alla cosa. Il metodo ha divorato il merito, e in queste settimane è diventato l’unico spettacolo in scena.
A sinistra la questione si chiama primarie sì o primarie no. Qualcuno invoca un federatore, un terzo nome calato dall’alto per non passare dai gazebo; qualcun altro pretende un programma «proprio», come se un programma potesse nascere prima di aver deciso a chi si parla. Si rincorrono i sondaggi che danno un contendente avanti di sedici punti, e la paura di perdere la conta diventa argomento contro la conta stessa. Si evoca perfino il sospetto di mani straniere sui banchetti, l’ombra di un’influenza esterna sul voto interno: un modo elegante per dire che non ci si fida più del proprio popolo.
A destra il copione è identico, solo con altri costumi. Un partito convoca il congresso e lo blinda in un mese, delegati confermati, assemblea sigillata: il capo sfida i ribelli sapendo di aver già chiuso le porte, e chi lo accusa di volersi barricare dentro dice la verità senza cogliere che barricarsi nelle regole è ciò che fanno tutti. Al vertice del governo si lavora a una legge elettorale ritagliata su misura, pensata non per rappresentare meglio gli italiani ma per depotenziare un alleato ingombrante e mettere al sicuro la propria rendita. I costituzionalisti sollevano dubbi su firme e preferenze; nessuno si chiede se quella legge serva a qualcuno che non sia chi la scrive.
Ecco il punto. Dietro ogni litigio sul meccanismo — la soglia, la preferenza, il gazebo, il quorum del congresso — c’è una domanda che non viene mai posta: per chi. La regola è diventata l’alibi. Finché si discute la procedura si può rinviare all’infinito la sostanza. E il meccanismo non è neutro: è il luogo in cui una classe dirigente che non sa più dire a chi risponde investe tutta la propria energia, perché costruire le condizioni della propria sopravvivenza è infinitamente più facile che rispondere del proprio scopo.
Quando la sostanza affiora, mostra quanto sia grave la rimozione. C’è una guerra ai confini dell’Europa e una scelta secca sul tavolo: sostenere chi è aggredito, con quali mezzi, fino a dove. Su questo le forze politiche non prendono posizione, la aggirano. Chi predica di chiudere i rubinetti delle forniture e chi frequenta volentieri chi fa affari a Mosca abitano la stessa zona grigia, fatta di ambiguità e di calcolo elettorale. Il fattore che nessuno nomina apertamente pesa sulle urne e persino sulle consultazioni interne, tra timori di manipolazione e silenzi interessati. Qui si decide davvero da che parte sta il Paese, e proprio qui tutti abbassano la voce.
Il resto è teatro. Un ministro che si lascia scappare una battuta sulle gonne lunghe delle donne, poi travolto dai meme chiede scusa e parla di frase «fraintesa»: è la misura esatta del registro. Una politica che non ha più nulla di serio da dire sul mondo si consegna alla gaffe, all’incidente, alla clip. Non è folklore. È sintomo. Dove manca il pensiero, resta lo scivolone.
La malattia è antica, ma è arrivata al punto di rottura. Una democrazia si misura dalla capacità di dire per chi lavora. Quando quella capacità si spegne, restano le regole del gioco a fare da surrogato: ci si accapiglia su come conquistare il potere avendo dimenticato in nome di chi lo si dovrebbe esercitare. Il metodo diventa l’ultimo contenuto disponibile, l’involucro che sopravvive quando il ripieno è evaporato.
Non servono nuove primarie né nuove leggi elettorali. Serve che qualcuno, da una parte e dall’altra, torni a nominare i destinatari: i salari che non tengono il passo, i territori che si spopolano, la guerra da cui non ci si può girare dall’altra parte. Finché la scena resterà occupata dalla lite sul congegno, il potere reale continuerà a decidere altrove, indisturbato. E gli elettori — quelli per cui, in teoria, tutto questo si fa — resteranno a guardare una rissa che non li riguarda.





