Meloni si riallinea all’Europa con due gesti, nel giorno in cui Trump annuncia lo sconfinamento delle sue ambizioni fino alla Groenlandia: il governo italiano firma – ma non poteva fare altrimenti – il documento dell’Unione in cui chiede agli Stati Uniti il rispetto del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità. Ma soprattutto la premier fa sapere di aver avuto una conversazione telefonica con Maria Corina Machado «sulle prospettive di una transizione pacifica e democratica in Venezuela».
La telefonata assume in sé un significato che è facilmente interpretabile, come ci viene confermato da fonti diplomatiche di governo. Meloni ha assistito alla conferenza stampa fiume di Trump, colpita dai toni aggressivi, rivendicativi, e da alcuni passaggi che a lei, come a gran parte dei governi occidentali, sono apparsi incoerenti tra di loro e con quanto accaduto nel corso dell’ultimo anno.
Uno su tutti: quando il tycoon liquida brutalmente Machado, premio Nobel per la Pace, leader dell’opposizione che ha sollecitato l’intervento degli Usa, colei che a livello internazionale e per buona parte dei venezuelani sarebbe naturalmente destinata a guidare il Paese. «La stimo, ma non ha abbastanza sostegno» risponde Trump quando gli chiedono chi vedrebbe alla testa del nuovo Venezuela.
È uno show senza appigli di verità, una valanga irrefrenabile di minacce, allusioni, battute che strapazzano il diritto internazionale e spiazzano anche chi, come Meloni, si vanta di saper decifrare l’uomo più imprevedibile mai esistito sul palcoscenico politico globale.
La telefonata a Machado è un messaggio che compensa l’appassionata adesione iniziale alle maniere spicce di Trump. La premier condivide con la leader venezuelana la certezza che «l’uscita di scena di Maduro» aprirà «una nuova pagina di speranza per la popolazione del Venezuela che potrà tornare a godere dei principi base della democrazia e dello Stato di diritto». Anche i grandi amori vengono messi a dura prova.
Meloni deve fare i conti con le proprie radici sovraniste, con un passato trascorso a criticare l’interventismo Usa, in Libia come nel “cortile di casa” sudamericano. Deve trovare un equilibrio con la passione trumpiana e la pulsione che da destra l’ha sempre portata spontaneamente a detestare il caudillo della rivoluzione bolivariana così amata dalla sinistra anticapitalista.
Ma il governo italiano in Venezuela deve affrontare anche altri problemi, che intrecciano strategie geopolitiche e calcoli diplomatici. Almeno tredici italiani sono detenuti nelle carceri del regime, tra di loro Alberto Trentini, il cooperante arrestato senza accuse formali nell’ottobre 2024. È il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani che sta supervisionando le trattative, con l’aiuto di Giorgio Silli, sottosegretario in uscita dall’esecutivo e da questo mese nuovo segretario generale dell’Iila, Organizzazione internazionale italo-latinoamericana. I contatti con il Venezuela e con il regime decapitato passano anche dal Vaticano, a prova di una multilateralità che l’Italia ha l’obbligo di mantenere per storia, perché nel Paese sull’orlo del caos vive un’enorme comunità italiana ma anche per evitare ritorsioni. Su questo si misurerà l’atteggiamento della presidenza affidata da ieri a Delcy Rodriguez, vice di Maduro.
Tajani a nome del governo ha chiesto che la nota europea preparata dall’Alto rappresentante Kaja Kallas e firmata da 26 Paesi membri – tutti tranne l’Ungheria di Orban, schierato con Trump e con Vladimir Putin – contenesse la richiesta di rilascio «immediato e incondizionato» di tutti i prigionieri politici in Venezuela, «compresi quelli detenuti illegalmente», come appunto Trentini. Il comunicato europeo serve a compattare gli alleati.
L’Europa deve tenere insieme le preoccupazioni degli Usa sulla sicurezza con il proprio ruolo di bastione del diritto internazionale, fatto a poltiglia da Trump, oltre che -soprattutto – con i timori sulla Groenlandia, territorio danese, dunque europeo, finito nel mirino della Casa Bianca: «L’Ue condivide la priorità di combattere la criminalità organizzata e il traffico di droga, significativa minaccia a livello mondiale». Allo stesso tempo, si sottolinea «che queste sfide devono essere affrontate attraverso una cooperazione costante nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei principi di integrità territoriale e sovranità».
Non è una difesa di Maduro, mai riconosciuto dall’Ue dopo le frodi elettorali del 2024, ma dell’architettura dell’ordine mondiale fondata non sulle ragioni del più forte. Kallas spiega di essere in contatto con gli Stati Uniti e altri attori nell’area per sostenere una soluzione negoziata e pacifica: «Rispettare la volontà del popolo venezuelano – conclude – rimane l’unico modo per il Venezuela di ripristinare la democrazia e risolvere l’attuale crisi». Vale per gli eredi di Maduro come per Trump.







