
Linee di campo
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10 Gennaio 2026La Nota
di Massimo Franco
I toni sono stati moderati. Ma la sostanza di quanto ha detto ieri la premier Giorgia Meloni, e le reazioni dei suoi avversari, fanno presagire mesi di radicalizzazione dello scontro. Il referendum sulla riforma della giustizia, ipotizzato per fine marzo, in sé tende a estremizzare le posizioni. E lo scambio polemico tra il comitato per il No e Meloni, dopo le critiche arrivate in conferenza stampa ai magistrati, sono un indizio inequivocabile, sebbene scontato. La logica dello scontro, tuttavia, sembra non limitarsi a quella consultazione.
Quasi per inerzia, si proietta sul Parlamento nella prospettiva di un anno elettorale, perché dopo il 2026 si tornerà alle urne. Il modo in cui ieri è stato posto il tema della riforma del sistema di voto prelude a un tentativo di intesa con le opposizioni molto complicato. Meloni tende la mano in primo luogo al Pd di Elly Schlein. Spiega che converrebbe anche alla sinistra. Ma avverte che in caso contrario la riforma sarà approvata a maggioranza.
Meglio: dalla maggioranza, magari con l’appoggio di qualche frangia avversaria, come sta accadendo col referendum sulla separazione delle carriere dei giudici. Non sarebbe la prima volta. È avvenuto anche in passato con altri esecutivi. Ma non è difficile prevedere che questo irrigidirebbe i fronti in Parlamento, riproponendo una politica della rissa. È vero che l’idea di una legge proporzionale con premio in seggi deve ancora essere affinata. Ci sono punti sui quali nella stessa destra non esiste ancora intesa.
Ma la volontà di cambiare rispetto al 2022 è evidente, da parte della coalizione di governo: anche perché questa volta la nebulosa delle opposizioni appare determinata a non dividersi, come avvenne allora, consegnando la maggioranza assoluta del Parlamento alla destra e Palazzo Chigi alla leader di FdI. Il modo deciso col quale la premier ha difeso «il miracolo» di Antonio Tajani nel tenere in vita FI dopo la morte di Silvio Berlusconi conferma anche la volontà di non toccare interlocutori né equilibri.
I complimenti plateali al vicepremier e ministro degli Esteri suonano come un segnale di continuità rispetto alle voci di un cambio di leadership promosso dalla famiglia Berlusconi. In questo schema rientra il «rapporto ottimo» rivendicato col capo dello Stato, Sergio Mattarella. Ma Meloni aggiunge: «Io e il presidente della Repubblica non siamo sempre d’accordo, l’ha dichiarato anche lui. Però quando si tratta di difendere l’interesse nazionale Mattarella c’è. E questo per me vale tutto». Si conferma un asse istituzionale prezioso, da puntellare nonostante le tensioni inevitabili di un anno elettorale.





