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C’è una foto che circola sui giornali di mezzo mondo. Ritrae un uomo. Quell’uomo, dicono, sarebbe Banksy. Ma Banksy non è quell’uomo — o almeno, non è riducibile a lui, a quel volto, a quel corpo identificabile e schedabile. Il punto non è l’identità anagrafica dell’artista: è che Banksy esiste precisamente nell’impossibilità di essere rappresentato. Togliergli l’anonimato non significa svelarlo — significa distruggerlo. La maschera non nasconde il volto: è il volto.
Stessa settimana. Una scrittrice turca che vive a Parigi — Aysegül Savaş — dice che essere stranieri non è necessariamente una perdita. Può essere una forma di libertà. Non appartenere del tutto a nessun posto significa non essere del tutto catturati da nessuna definizione. Lo straniero sfugge alla rappresentazione completa: non è abbastanza di qui per essere classificato, non è abbastanza di là per essere rimpianto. Vive in un’interstizio che gli altri leggono come mancanza e che lui, se è fortunato, abita come spazio.
Sempre in questi giorni, una ricerca segnala che la produzione scientifica mondiale sta collassando sotto il suo stesso peso. Troppi paper, troppo veloci, troppo simili. La peer review non regge. Le citazioni si moltiplicano in circuiti autoreferenziali. La scienza — che dovrebbe essere il sistema più robusto che abbiamo per dire la verità sul mondo — produce sempre più rumore e sempre meno segnale. Anche qui: la rappresentazione si inceppa. Il paper non è la scoperta. L’indice bibliometrico non è la conoscenza. La forma ha divorziato dal contenuto.
E poi c’è quell’articolo — il più quieto, il più difficile — che racconta il momento in cui ci siamo accorti che il mondo non era stato costruito per noi. Non per tutti noi, almeno. Che le città, gli edifici, i linguaggi, i tempi del lavoro e della cura erano stati disegnati intorno a un soggetto preciso — e chi non coincideva con quel soggetto scopriva ogni giorno, in mille modi piccoli e grandi, di essere un’eccezione non prevista. Il mondo come rappresentazione di una parte che si spaccia per il tutto.
Infine, il dolore. Un pezzo che mette in parallelo la sofferenza umana e quella animale — non per equipararle, ma per chiedersi perché le teniamo così separate. Perché abbiamo bisogno che il confine sia netto. Forse perché se il dolore dell’animale fosse davvero lo stesso del nostro, molte delle categorie su cui si regge la nostra civiltà — il cibo, la sperimentazione, la gerarchia delle specie — smetterebbero di funzionare. Anche qui una rappresentazione che tiene in piedi qualcosa che senza di essa cadrebbe.
Cinque notizie diverse, cinque ambiti diversi. Ma sotto scorre la stessa corrente: viviamo in un momento in cui i sistemi di rappresentazione — l’identità, l’appartenenza, la scienza, il corpo sociale, la specie — mostrano le loro crepe. Non perché il mondo stia andando peggio di prima. Forse perché alcune verità che erano sempre state lì cominciano a diventare impossibili da non vedere. La foto continua a girare. Continua a non essere nessuno. O forse a essere tutti.





