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L’aumento della quota di Francesco Gaetano Caltagirone in Monte dei Paschi non è una semplice operazione finanziaria. A Siena il suo è un nome ben conosciuto, legato da tempo agli equilibri del capitalismo italiano, e ogni suo movimento segnala una volontà di incidere sulle scelte strategiche della banca. Con l’autorizzazione della BCE a salire ulteriormente nel capitale, diventa ancora più evidente che il futuro del Monte si giocherà soprattutto nei grandi circuiti della finanza nazionale ed europea, non più entro un perimetro locale.
È qui che emerge il vero problema. Da anni si ripete che Siena dovrà ridefinire il proprio ruolo senza poter contare sulla centralità storica della banca. Tuttavia, mentre il Monte cambiava natura — da istituzione territoriale a banca contendibile — la città non ha ancora espresso un progetto economico altrettanto riconoscibile. Il baricentro decisionale si è progressivamente allontanato, e Siena rischia di restare più luogo simbolico che centro reale di potere.
Il punto non è rimpiangere un passato irripetibile, ma prendere atto che le transizioni non aspettano. Se altri investono nel Monte è perché ne vedono il valore strategico; la domanda, oggi, è quale valore strategico sappia esprimere Siena. Senza una direzione chiara — che trasformi università, sanità, cultura e ricerca in motori di sviluppo — il rischio non è un declino improvviso, ma una marginalità lenta.
La scalata di un protagonista “ben conosciuto” rende semplicemente più visibile una realtà maturata nel tempo: il Monte ha già imboccato la sua strada. Resta da capire se Siena troverà la propria, oppure continuerà ad aspettare un futuro che altrove è già cominciato.





