
Five Rooms, One World: What This Week’s Exhibitions Tell Us About Ourselves
15 Marzo 2026
Il futuro di Metropolis è già il presente
15 Marzo 2026La settimana in cui il passato ci ha chiesto conto
Cinque pezzi, cinque giorni, un’unica domanda sottotraccia: cosa facciamo con ciò che abbiamo ereditato?
Cominciamo dalle mummie. Il Post del 9 marzo torna su una questione che sembrava archiviata e invece continua a riaprirsi come una ferita mal cicatrizzata: il rispetto dovuto ai resti umani nelle collezioni museali. Il dibattito non è nuovo — le istituzioni anglosassoni lo portano avanti da decenni — ma in Italia stenta a entrare nel discorso pubblico con la serietà che merita. Una mummia egizia non è un oggetto decorativo. È stato un essere umano con un nome, una famiglia, una cosmologia della morte elaboratissima, che includeva l’integrità del corpo come condizione dell’aldilà. Esporla sotto una teca illuminata a led, con il cartellino del reperto e la fila dei bambini in gita, è un gesto che dovremmo almeno interrogare. Non necessariamente proibire — la conoscenza storica e scientifica ha le sue ragioni — ma interrogare sì. Il problema è che l’interrogazione implica disagio, e il disagio museale italiano è ancora largamente di là da venire.
Il giorno dopo, Lucy sui mondi alza ulteriormente la posta. La “giovinezza esasperata come malattia mentale” è una formula provocatoria, ma il ragionamento che vi sta dietro è solido: abbiamo costruito una cultura che tratta la giovinezza non come una fase della vita ma come un valore ontologico permanente, un imperativo categorico al quale tutti — giovani e vecchi — devono conformarsi. Il risultato è una società che non sa invecchiare, che non sa trasmettere, che non sa stare nella perdita. L’adolescenza perpetua non è libertà: è la forma contemporanea di una rimozione collettiva. E quando una società rimuove collettivamente qualcosa — la morte, la maturità, la fragilità — quella cosa torna, come sempre, sotto forme distorte e aggressive.
L’11 marzo Lucy sulla cultura si occupa delle mostre immersive. Il titolo è già una presa di posizione: “Speriamo di no”. Sono d’accordo, e vorrei aggiungere qualcosa al ragionamento. Le mostre immersive non sono soltanto un formato esteticamente discutibile — quella luce al neon su Van Gogh moltiplicato all’infinito, quella sensazione di essere dentro uno screensaver di lusso. Sono il sintomo di una resa: l’istituzione culturale che, non riuscendo più a reggere la tensione dell’incontro diretto con l’opera, decide di sostituirlo con un’esperienza progettata per non disturbare nessuno. L’opera d’arte autentica disturba. Costringe a fermarsi, a non capire subito, a tornare. L’esperienza immersiva scivola via come un video di novanta secondi. È intrattenimento che si veste da cultura, e il travestimento è sempre il segno di qualcosa che non riesce a stare nella propria forma.
Il 12 marzo Doppiozero dedica attenzione a Thomas Bernhard e al libro più amato — presumibilmente Correzione, o forse Il soccombente, dipende a chi si chiede. Bernhard è uno di quegli scrittori che funzionano come cartina di tornasole: chi lo ama davvero tende ad avere un rapporto onesto con la propria capacità di sopportare l’infelicità come categoria conoscitiva. Bernhard non consola, non redime, non offre vie d’uscita. Ripete. Accumula. Martella. E in quel martellamento c’è qualcosa di paradossalmente liberatorio, come quando si riconosce finalmente ad alta voce una cosa che si sapeva da sempre e che non si riusciva a dire. Che il mondo sia insopportabile, e che lo si continui ad abitare ugualmente, con furore e con ironia — questa è la sua grande lezione morale, più utile di molti libri scritti apposta per essere utili.
Chiude la settimana, il 13 marzo, Il Tascabile con i “Poppins Files”. Mary Poppins — la tata che arriva col vento e porta ordine nel caos, che non spiega mai niente fino in fondo, che tiene i suoi segreti con una severità affettuosa. C’è qualcosa di profondamente perturbante nella figura di Poppins, e la cultura anglosassone lo sa bene: quella perfezione controllata, quella pedagogia che non si lascia interrogare, quell’autorità che non ha bisogno di giustificarsi. Il Tascabile probabilmente ci gira intorno con la sua consueta intelligenza obliqua. Io mi limito a notare che Poppins, come le mummie, come la vecchiaia, come Bernhard, come le opere d’arte vere, appartiene alla categoria delle cose che non si lasciano consumare. Resistono. E la resistenza, in un’epoca di dissoluzione rapida, è già di per sé una forma di rispetto.
La settimana, dunque, ci ha parlato di morti che vogliamo esporre senza capire, di giovani che non vogliamo diventare vecchi, di arte che vogliamo vivere senza incontrarla, di uno scrittore che non ci lascia via di fuga, di una tata che custodisce qualcosa che non ci dirà mai. Il filo è lo stesso: il nostro rapporto con ciò che non si lascia ridurre a contenuto. Con ciò che chiede, invece di offrirsi. Forse è di questo che avremmo bisogno di parlare di più. Non di esperienze. Di incontri.





