
Castiglione d’Orcia La ’fabbrica dei tartari’, una storia dimenticata
13 Marzo 2026Parte IV
Le fiaccole di Abbadia San Salvatore — communitas, forze e luogo
Pierluigi Piccini
La soglia e la comunità
La notte delle fiaccole è una notte liminale. Il paese smette di essere sé stesso per qualche ora: le strade diventano altro, il fuoco trasforma i volti in ombre e luci, il tempo ordinario si sospende. Gli abitanti non sono più cittadini, commercianti, turisti — sono guardiani di un fuoco. Poi il rito si chiude, le fiaccole si consumano, e il paese — trasformato — rientra nella quotidianità. Ma qualcosa è stato rifondato.
In quello spazio sospeso si genera ciò che gli antropologi chiamano communitas: un legame intenso ed egualitario in cui le gerarchie ordinarie vengono sospese. Non importa chi tiene la fiaccola: in quella notte si è tutti dentro la stessa struttura, si custodisce lo stesso fuoco. Per una notte, Abbadia non è un paese qualsiasi sullo spazio geografico — è un luogo nel senso pieno, originario.
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I quattro elementi come forze
In quella notte agiscono i quattro elementi — non come simboli, ma come forze. La distinzione conta: un simbolo rappresenta qualcosa di assente; una forza agisce qui, adesso, in modo misurabile.
La terra è il legno dell’Amiata, disposto secondo misura e orientamento, già materia in transizione, già sul bordo del fuoco. L’acqua è l’assente necessaria: il gelo di dicembre, l’umidità dell’aria invernale — tutto ciò che nella notte più fredda misura il fuoco e ne impedisce l’eccesso. L’acqua non spegne: delimita. L’aria è il respiro collettivo di chi veglia, la comunità invisibile che sostiene il fuoco senza che si veda. Il fuoco, infine, non domina gli altri elementi: li attraversa. È il quarto e il primo. Ciò che gli altri preparano, esso compie.
Sono nomi diversi per la stessa cosa: il momento in cui le forze del mondo si stringono attorno a una forma, e quella forma regge.
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Un centro acceso
Cosa significa essere un centro? Non significa essere il punto più importante di una mappa. Significa essere il punto in cui il mondo si raduna, in cui le forze trovano convergenza, in cui l’abitare si fa pienamente umano.
Una macchina arcaica è un meccanismo che ha attraversato il tempo non perché sia stato conservato, ma perché risponde a qualcosa che non passa. Le fiaccole di Abbadia sono una macchina arcaica ancora funzionante. Non producono turismo — anche se il turismo arriva. Non producono identità — anche se l’identità si rafforza. Non producono spettacolo — anche se lo spettacolo è visibile. Producono luogo. Impediscono a un pezzo di terra abitata di dissolversi nell’indifferenza geografica.
Il sacro non si possiede: si incontra. Il rito non si esegue: si è eseguiti da esso. Il fuoco non si controlla: si custodisce. Finché c’è qualcuno che costruisce il quadrato, che dispone il legno del bosco, che tiene la fiamma nella notte più buia dell’anno — il mondo può ricominciare.
Un centro acceso.
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Note bibliografiche essenziali
Mircea Eliade, Il mito dell’eterno ritorno, 1949; Il sacro e il profano, 1957. — Arnold van Gennep, I riti di passaggio, 1909. — Victor Turner, Il processo rituale, 1969. — Martin Heidegger, Costruire abitare pensare, 1951. — Gaston Bachelard, La psychanalyse du feu, 1938. — Rudolf Otto, Das Heilige, 1917. — Novalis, Inni alla Notte, 1800. — Maurice Blanchot, L’espace littéraire, 1955. — René Guénon, Il simbolismo della croce, 1931.





