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Sul caso venezuelano
Pierluigi Piccini
L’immagine resta impressa perché è simbolicamente perfetta. Maria Corina Machado, vestita di bianco, compare su Fox News e ringrazia Donald Trump per aver “liberato” il Venezuela, offrendogli simbolicamente il Premio Nobel per la Pace. Avviene mentre Nicolás Maduro viene arrestato a New York. In pochi minuti si condensa una contraddizione che attraversa tutta la politica contemporanea: quando la violazione della sovranità diventa liberazione? E chi ha il potere di deciderlo?
Il caso venezuelano non è soltanto una crisi regionale. È uno scontro frontale tra due idee di legittimità. Da una parte la sovranità statuale, fondamento del diritto internazionale moderno: uno Stato è sovrano a prescindere dalla qualità del regime che lo governa. Dall’altra la legittimità democratica sostanziale: un potere che nasce dalla frode, reprime il dissenso e governa con la violenza perde ogni giustificazione morale.
Quando queste due legittimità entrano in collisione, non esiste un arbitro neutrale. Maduro controlla lo Stato, ma l’opposizione rivendica una vittoria elettorale negata. Gli organismi internazionali sono paralizzati. In questo vuoto, decide chi ha la forza di imporre la propria versione dei fatti. La decisione precede la norma, e la legittimità arriva dopo, come giustificazione.
Qui sta il nodo: se è la forza a decidere della legittimità, il diritto internazionale diventa linguaggio ornamentale. I diritti umani smettono di essere un criterio universale e diventano una risorsa politica, attivabile in modo selettivo. Venezuela sì, Arabia Saudita no. Maduro sì, altri regimi autoritari alleati no. La liberazione assume i tratti di un’operazione geopolitica.
L’immagine di Machado che ringrazia Trump non è solo una scelta comunicativa. È un’iconografia antica: il liberato che deve gratitudine al liberatore. Non l’autodeterminazione di un popolo, ma la concessione di una libertà dall’alto. Il prezzo è dichiarato senza ambiguità: il Venezuela diventerà un alleato strategico degli Stati Uniti, un hub energetico, un mercato aperto. La libertà coincide con il riallineamento.
Il punto non è difendere Maduro, che aveva da tempo esaurito ogni credito democratico. Il punto è più scomodo: la legittimità non si restaura dall’esterno. Non si esporta la democrazia arrestando un capo di Stato né nominando un successore provvisorio. Quando una potenza straniera decide chi governa, la sovranità non viene restituita: viene semplicemente trasferita.
Il caso venezuelano rivela così il carattere tragico della politica internazionale. Se si difende la sovranità a ogni costo, si accetta l’oppressione. Se si assolutizzano i diritti umani, si apre la strada all’interventismo selettivo delle potenze dominanti. Il multilateralismo è impotente, il realismo è cinico. Non esistono soluzioni pure.
Resta allora un’unica postura possibile: l’umiltà politica. Riconoscere che Maduro era illegittimo. Riconoscere che l’intervento statunitense persegue interessi strategici prima ancora che democratici. Riconoscere che una transizione imposta dall’esterno è fragile e ambigua. E affermare, contro entrambe le retoriche, che solo un processo autonomo del popolo venezuelano può generare una legittimità duratura.
La filosofia non risolve questo conflitto. Può però fare una cosa essenziale: togliere le maschere. Ricordare che ogni “liberazione” imposta ha un costo, che ogni violazione della sovranità lascia ferite, che la democrazia eterodiretta resta sempre incompleta.
La domanda resta aperta, ed è più grande del Venezuela: esiste una via tra il cinismo della forza e l’ipocrisia dell’universalismo armato? O dobbiamo accettare che la legittimità, nel mondo contemporaneo, sia una frattura permanente con cui imparare a convivere?
Siena, gennaio 2026





