
I reduci
31 Dicembre 2025
di Pierluigi Piccini
La “leggerezza” evocata dal sindaco Fabio a proposito del concerto di Irama viene subito precisata come non superficiale. È una leggerezza detta anche smart, nel senso ormai molto elastico – e rassicurante – che la parola ha assunto nel linguaggio pubblico: giovane, moderna, comunicativa, purché non troppo problematica. Una leggerezza che promette apertura e contemporaneità, e che trova nella Piazza del Campo il suo palcoscenico naturale.
Eppure Calvino, che proprio a Siena ha concluso il suo percorso, della leggerezza aveva dato una definizione molto più esigente. E Nietzsche, nella Gaia scienza, spinge ancora oltre, sostenendo che la profondità autentica abita la superficie. Non il fondale, non il sottotesto, ma ciò che appare — a patto che non sia semplice decorazione. Da qui nasce una domanda inevitabile: a quale leggerezza ci stiamo davvero riferendo?
Il concerto diventa allora una scena emblematica. Una macchina simbolica ordinata, luminosa, perfettamente funzionante, in cui il contemporaneo viene messo in mostra come qualcosa di accessibile e rassicurante. Una superficie che non disturba, non contraddice, non chiede troppo. Una superficie che consente anche alla politica di dichiararsi “smart” senza esporsi davvero, rifugiandosi in un lessico che suona moderno ma resta volutamente vago.
Nietzsche, però, resta simpatico anche per un’altra ragione, sorprendentemente senese: la sua follia davanti al cavallo. A Siena il cavallo non è mai soltanto un animale. È rito, destino, ossessione collettiva, misura emotiva del tempo. Per questo quel gesto sproporzionato — fermarsi, abbracciare il cavallo — appare quasi come un atto profondamente locale: inutile e necessario insieme, eccessivo e vero. Più vicino alla vita di molte liturgie ufficiali perfettamente illuminate.
È qui che si apre la vera dialettica: da una parte Giovanni dei Cori, dall’altra la ruota della fortuna. Da una parte un lavoro che chiede attenzione, durata, ascolto; una superficie che non consola e non fa marketing urbano. Dall’altra la ruota che gira, brilla, intrattiene, distribuisce leggerezza pronta all’uso. Samira, davanti alla ruota, incarna perfettamente questa versione della superficie: scorrevole, sorridente, senza attrito.
Nietzsche avverte però che la superficie, quando è autentica, non è mai innocente. Chiede sguardo, responsabilità, esposizione. Non serve a sentirsi moderni, ma a mettersi in gioco.
Alla fine resta il dubbio, che è poi l’unica cosa davvero seria: meglio la leggerezza di Irama o quella, molto più esigente, evocata da Calvino e Nietzsche? Forse nessuna delle due, se ridotte a formule da fine anno. Perché la vera superficialità non è stare in superficie, ma usarla per non guardare. E a Siena, dove perfino un cavallo può diventare metafisica, questo lo si dovrebbe sapere da tempo.





