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L’operazione militare che all’inizio di gennaio ha portato alla cattura a Caracas del presidente venezuelano Nicolás Maduro segna un punto di svolta nella politica estera degli Stati Uniti. Non tanto per il destino di un leader da tempo isolato e delegittimato, quanto per il metodo scelto dall’amministrazione di Donald Trump: un’azione unilaterale, rapida, giustificata formalmente dalla lotta al narcotraffico, ma carica di implicazioni politiche e strategiche molto più ampie.
A colpire è soprattutto ciò che è venuto dopo. L’arresto di Maduro non ha prodotto una transizione ordinata né un nuovo equilibrio istituzionale. Il potere interno resta frammentato, il chavismo non è scomparso e gli Stati Uniti sembrano ora chiamati a “gestire a distanza” un paese sovrano senza un chiaro mandato internazionale. È qui che emergono le contraddizioni: l’operazione appare preparata nei dettagli militari, ma povera di una visione politica di medio periodo.
Nel dibattito americano, anche dentro il Partito Repubblicano, cresce il disagio. Non tanto per la caduta di Maduro, quanto per il precedente che viene creato. L’uso estensivo dei poteri presidenziali, senza un passaggio esplicito dal Congresso, riapre una questione costituzionale mai davvero risolta: fino a che punto il presidente può spingersi nel ridefinire confini, governi e assetti regionali in nome della sicurezza nazionale?
Il Venezuela, inoltre, non è solo un dossier politico. È anche uno dei paesi con le maggiori riserve petrolifere del mondo. La sensazione, sempre più diffusa, è che la retorica antidroga serva a coprire un obiettivo più concreto: il controllo delle risorse energetiche in una fase di competizione globale accesa. In questo quadro, l’intervento assume i tratti di un’operazione economica oltre che militare.
Non è un caso che, quasi in parallelo, l’amministrazione americana abbia riacceso il tema del Groenlandia. L’isola artica, formalmente sotto sovranità danese, è tornata al centro di dichiarazioni e pressioni che hanno suscitato irritazione in Europa e perplessità anche a Washington. Qui il linguaggio non è quello dell’emergenza, ma quello della “necessità strategica”: rotte artiche, terre rare, presenza militare nel Nord globale.
Venezuela e Groenlandia sembrano lontani, ma raccontano la stessa linea politica. Un’America che non si limita più a esercitare influenza, ma che rivendica apertamente il diritto di intervenire, prendere, orientare. Un ritorno a un imperialismo esplicito, rivendicato come realismo e forza, ma che rischia di produrre instabilità duratura, isolamento diplomatico e conflitti latenti.
La domanda che attraversa ora gli Stati Uniti – e i loro alleati – è semplice e insieme radicale: questa postura è un’eccezione legata a un leader, o sta diventando la strategia strutturale del paese? La risposta non riguarda solo Washington. Riguarda l’ordine internazionale che verrà.





