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20 Marzo 2026Scaffale “Ateismo cristiano. Come diventare veri materialisti”, per Ponte alle Grazie. L’a-teismo di Žižek non è né sovranista né wokista, ma è «intersezionale». L’intersezionalità è il punto di caduta «reale» che fa saltare sia le categorie woke sia il sovranismo degli atei devoti. È l’incarnazione della contraddizione sociale in seno al capitalismo
A chi pensa che occuparsi di teologia sia un’astrusità antiscientifica fuori dal tempo, basta ricordare che i nuovi guru dell’intelligenza artificiale come Peter Thiel, costruttore di Palantir e Mss Nato, sono in tour da tempo ai quattro angoli del mondo a fare conferenze sull’Apocalisse. In questi giorni, Thiel si trova in Italia per parlare della fine dei tempi. Proprio il manifesto per dare notizia dell’avvenimento ha titolato significativamente «teologia del capitalismo». In ragione di ciò, non deve sorprendere allora, se quello che Slavoj Žižek ci presenta nel suo Ateismo cristiano. Come diventare veri materialisti (traduzione di Vincenzo Ostuni, Ponte alle Grazie, pp. 397, euro 24) sia un ponderoso libro di argomento religioso.
QUELLO DI ŽIŽEK è alla lettera un a-teismo. Una posizione contraria sia a quella del teismo trascendente disincarnato, sia a quella dell’anti-teismo idolatra del funzionalismo della norma positiva, dei protocolli delle intelligenze artificiali e tecnocratiche della governance. Per Žižek, il teismo è la posizione degli atei devoti che riducono la religione storica incarnata, qual è quella del cristianesimo, a devozione per un’entità sovrana senza la quale la società sarebbe, secondo loro, ingovernabile. Sovranisti e wokisti sono per Žižek il reciproco gli uni degli altri. Sono coloro che hanno sostituito la devozione alla credenza e, per ciò stesso alla speranza. Virtù cruciale, quest’ultima, soprattutto per la politica. Sostituire la devozione alla credenza comporta la possibilità del perfetto interscambio tra teismo e il suo reciproco anti-teismo.
L’a-teismo di Žižek invece non è né sovranista né wokista, ma è «intersezionale». L’intersezionalità è il punto di caduta «reale» che fa saltare sia le categorie woke sia il sovranismo degli atei devoti. È l’incarnazione della contraddizione sociale in seno al capitalismo. La linea di faglia della logica liberista della «distruzione creatrice» (l’apocalisse di Thiel), colta dove alla distruzione non c’è più punto di ritorno creativo. «Intersezionale» è un modo diverso di definire quella che era la dialettica materiale della lotta di classe e del razzismo. È un modo per disinnescare l’ideologia del senso di realtà, che ci fa essere devoti all’inevitabilità del capitalismo, come se questo fosse un dato di natura teologica – il «capitalismo come religione» di benjaminiana memoria. Assumere una posizione «intersezionale» per Žižek è restituire qualità sociale reale alla contraddizione, oltre il giustificativo senso contraddittorio (ma alla fine conciliatorio) della realtà. «Non tutto» ha senso significante nella realtà.
NELL’ASIMMETRICA e trascendentale dialettica di Žižek, il reale non è tutto razionale – con buona pace del pur ammirato Hegel. Proprio ciò che non ha senso logico concettuale, ma non per questo è materialmente e corporeamente insensibile, è «reale» nella realtà. Restituire il reale sociale alla contraddizione è per Žižek contraddire lo stesso senso di realtà. È applicare coraggiosamente un approccio non totalizzante: quello che Lacan chiamava appunto «non-tutto». Dimensione aperta dalla quale, secondo Žižek, dovremmo chiederci perfino «se dio stesso crede in dio». Non tanto Dio, ma ciò che per Dio si pone, è irrinunciabile politicamente per Žižek. Ossia ancora la «credenza», cioè il «desiderio», l’adesione a una disciplina non per devozione alla sua efficacia tecnica, specie se questa ci vuole securitariamente salvaguardare dalle disillusioni dello stesso desiderio, come farebbe il buddismo occidentalizzante odierno.
Ragione per cui secondo Žižek, Lacan non sarebbe mai potuto essere buddista. Il «nirvana» psicoanalitico di cui parlava già Freud, a differenza di quello buddista, è pur sempre un principio di economia del piacere e non di anestetizzazione del desiderio del piacere stesso.





