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3 Gennaio 2026L’AVANGUARDIA SIAMO NOI
Tutti figli di Duchamp, Marinetti e Apollinaire. L’inconscio estetico della contemporaneità e la tabula rasa
di
Com’era
bello, nei roaring nineties, studiare le avanguardie all’università. Corsi di storia dell’arte, letteratura, cinema – e ovunque loro: Marinetti, Breton, Duchamp e i ready-made, il Cabaret Voltaire, i rayograph di Man Ray. Roba di settant’anni prima che sembrava però ancora freschissima. Uscivi dall’aula e ritrovavi tutto poi nei videoclip di MTV, nei film di Cronenberg e Lynch, negli spot della Swatch o nei primi screen-saver psichedelici di Windows 95. E il dadaismo delle incursioni di Guzzanti, del Carmelo Bene da Costanzo dei détournement di “Blob”, con le risse in tv come tante serate futuriste in prime-time. “Quanto Dalì!”, si diceva magari davanti a una pubblicità di “Égoïste” di Chanel, “quanto Ejzenštejn”, commentando un video dei Prodigy. Anche noi ultimi arrivati scoprivamo insomma che l’avanguardia era la sorgente della cultura pop, il suo inconscio estetico: stavi lì a studiare i manifesti futuristi e il futurismo era ovunque, sciolto nell’aria, riciclato nei taxi volanti di Luc Besson, nelle corse supersoniche di “Wipeout” sulla PlayStation o nei bullet-time di “Matrix” come tante decomposizioni di Boccioni e Balla in salsa sci-fi.
Ci ripensavo leggendo in questi giorni il lungo saggio di Vincenzo Trione, Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia (Einaudi). Critico d’arte del Corriere e professore allo Iulm, Trione riattraversa quell’epopea in oltre seicento pagine di movimenti, figure, ossessioni e ricombinazioni. Smonta e rimonta l’archivio delle avanguardie, dalla “metafisica” di de Chirico al situazionismo di Debord, ma pescando poi un po’ ovunque, tra Histoire(s) du cinéma di Godard e fashion cyborg di Alessandro Michele e attivisti di Ultima Generazione, tatuatori, meme, flash-mob. Lo fa però scegliendo come animale guida Guillaume Apollinaire e un suo piccolo testo incendiario: L’Antitradizione futurista.
Siamo a Parigi, nell’estate del 1913. Tre signori – Apollinaire, Marinetti, Boccioni – si siedono a tavola per mangiare. Sono le sette di sera. Si alzeranno otto ore dopo. Peggio che un matrimonio a Caserta. In questo veglione fuori stagione nasce l’idea dell’“Antitradizione”. Apollinaire è già una figura di culto: ha scritto un saggio sul cubismo, ha scritto Alcools, è stato anche in carcere con l’accusa di aver rubato la Gioconda. “L’Antitradizione” parte come ciclo di telegrammi e cartoline e poi bozze spedite da Milano a Parigi e ritorno, con Marinetti che riscrive tutto “in forma di manifesto”. E’ una lista della spesa dell’avanguardia e un insulto organizzato alla vecchia idea di cultura. La struttura è semplice, quasi da meme, già perfetta per Instagram e TikTok: c’è un elencone di cose da distruggere, e poi ci sono due colonne. Da una parte i destinatari di “MERDE” – professori, accademie, critici, Montesquieu, Wagner, Beethoven, Dante, Shakespeare – (o la deliziosa “merda ai dilettantismi merdeggianti” che ancora oggi abbondano); dall’altra, i beneficiari di “ROSE” – Marinetti e Boccioni, ovviamente, e Carrà, Severini, Picasso, Kandinskij, Stravinskij. E’ la prima vera mappa delle rotture artistiche europee. Una “Ventotene” delle avanguardie. Un chi-sta-con-chi che avrebbe fatto la gioia di qualsiasi rotocalco, se all’epoca i rotocalchi si fossero occupati di cubismo anziché di contesse. Oggi campeggerebbe in home page su Dagospia, non c’è dubbio.
Tecnicamente, Apollinaire non era futurista. E non era neanche francese, ma un polacco-italiano nato a Trastevere che aveva scelto di diventare più francese dei francesi, il che è già un programma estetico. Era amico di Marinetti, certo, condivideva l’insofferenza per il “passatismo”, ma la sua poetica era diversa – più lirica, più umanistica, malinconica, legata a quella tradizione che qui finge di mandare al diavolo. E allora perché prestare la propria firma a un movimento che in fondo non era il suo? Qui si capisce qualcosa di cruciale su come funzionavano le avanguardie. Il manifesto non è una dichiarazione di poetica: è un gesto, un posizionamento nel campo. Apollinaire sta dicendo: io sto da questa parte della barricata. Non importa se poi scrivo in modo diverso, se i miei Calligrammi sono lirici e nostalgici dove Marinetti vuole velocità e rumore. Quello che conta è il fronte comune contro il nemico. Marinetti e Apollinaire sono diversi ma si devono mettere insieme, come il campo largo di Conte e Schlein ma con esiti migliori.
Questo manifesto funziona come una profezia che si autoavvera. Crea l’idea di avanguardia come regione dello spirito. L’elenco dei “merdificati” includeva praticamente tutta la cultura occidentale da Dante a Wagner, con un gesto così iperbolico da risultare tenero, come il ragazzino che dice “vi odio tutti” sbattendo la porta della sua stanza, anticipando anche qui tic e pose che diventeranno poi la norma. Come quando Diane Keaton in “Manhattan” liquida Bergman, Mahler, Fitzgerald e Lenny Bruce come “sopravvalutati”.
Scrivere oggi un saggio sulle avanguardie significa confrontarsi con un lessico che è diventato un software culturale condiviso, anche (soprattutto?) nella politica: usiamo “dadaista”, “situazionista”, “teatro dell’assurdo”, per qualsiasi cosa, dall’assalto a Capitol Hill a un video di De Luca, da un post di Giorgia a un’intervista con supercazzola di Elly Schlein. Pura avanguardia è Mario Giordano che prende a colpi di mazza da baseball le zucche in tv. Pura avanguardia è Milei che impugna la motosega e sembra uscito da una scorribanda dell’Azionismo viennese – Nitsch, Brus, Mühl e i loro happening dionisiaci. E se la tecnodestra americana e l’accelerazionismo di Musk, Thiel, Curtis Yarvin sono ancora figli del futurismo, la sinistra parla un linguaggio iniziatico di asterischi, schwa e disclaimer, incomprensibile ai più – proprio come un poeta d’avanguardia che scrive per i suoi adepti e ha orrore dell’applauso dei tanti. Marinetti però almeno riempiva i teatri.
Noi che insomma siamo cresciuti nell’epoca dell’“avanguardia di massa” – come notavano già Umberto Eco o Maurizio Calvesi – viviamo nella risacca di quelle idee. Avanguardia ovunque. Molti di questi artisti si muovevano, in fondo, sulle orme di Marx: l’idea di trasformare il mondo, ricomporre la frattura tra arte e vita, purificare la società. Le cose prenderanno pieghe inaspettate. Anche Marx, del resto, voleva liberare l’uomo dal lavoro mandandolo “a caccia la mattina, a pescare il pomeriggio, ad allevare bestiame la sera, a criticare dopo cena”, non immaginando che questa sarebbe diventata la giornata tipo di un concorrente di “Survivor” o “L’Isola dei famosi”. L’avanguardia ci ha insegnato che il significato è mobile, che i détournement fanno dei giri immensi e poi ritornano. Trump che balla YMCA con i Village People è sin troppo didascalico: i Village People nati dalla cultura underground delle discoteche gay di New York, icone della comunità LGBTQ+, diventano soundtrack di un movimento politico che ha fatto dell’ostilità verso quella stessa comunità uno dei suoi pilastri. Il tutto sulle note di una canzone che – per quanto Victor Willis voglia negarlo – è e resterà un inno queer.
Un capitolo a parte meriterebbe il rapporto tra avanguardia e ironia: lo humour nero di Breton, il varietà e il music-hall dei futuristi, i versi di Palazzeschi, l’Ubu Roi di Jarry, ecc. E’ l’avanguardia che esplora in modo sistematico l’ebbrezza dell’ironia e della parodia, la potenza di un’“estetica dello scherzo”. Almeno fino agli anni Settanta del Novecento, l’ironia sembrerà l’arma in più degli artisti d’avanguardia. Poi le cose si complicano. Sul modo in cui l’ironia è diventata via via innocua e poi scontata e di massa si torna sempre su quel saggio di David Foster Wallace ( E Unibus Pluram, del 1993). L’ironia, la parodia, l’autoriflessività, il cinismo – tutte quelle armi che gli scrittori postmoderni usavano per criticare la cultura di massa – sono state assorbite dalla cultura di massa stessa e trasformate in tecnica pubblicitaria. Alla fine degli anni Ottanta, è Burger King che ti chiede di “rompere le regole”, e lo fa – appunto – con “ironia”.
Però anche l’avanguardia ha il suo lato oscuro, come ci ricorda Trione. Un aspetto tragico, serioso, intransigente, spesso insopportabile: “la mobilitazione totale” di Jünger, l’amore incondizionato per la guerra e la purificazione, quindi la fascinazione per le utopie totalitarie e i programmi di trasformazione radicale dell’uomo e della società: “rifare il mondo”, appunto. “Manicheismo estetico e manicheismo politico”, scrive Trione, viaggiano sempre insieme, accomunati dalla “strategia dell’integralismo” – un “doppio movimento di reciproco ravvicinamento tra le due grandi forme di assoluto terreno, quella politica e quella artistica, che si svilupperà nei medesimi Paesi: Russia, Italia, Germania” (dirà Todorov). Tutti i desideri di “rifare il mondo” soffrono del resto di quello che Bobi Bazlen chiamava “il mito della primavoltità”: la sobria constatazione che qualcosa non c’era prima e non c’era mai stato. E’ il brivido del nuovo, l’ebbrezza di essere i primi, azzerare tutto, ricominciare da capo. Anche qui quante affinità elettive con l’integralismo della cancel culture e l’apollineariana “merda” tirata sul canone dei maschi bianchi occidentali cisgender eccetera. Solo che la primavoltità delle avanguardie si basava pur sempre sullo studio del passato, sul peso ingombrante della tradizione, sulla consapevolezza di ciò che si stava rifiutando. Apollinaire mandava a quel paese Dante e Shakespeare, ma li aveva letti. Oggi invece la tabula rasa non è più un programma: è un punto di partenza. Non un manifesto da scrivere, ma una condizione data. E’ quello che il Censis chiama “presentismo” – compimento paradossale di quel sogno avanguardista: azzerare tutto, ricominciare da zero. Ci sono riusciti, in un certo senso. Solo che adesso non c’è più granché da distruggere.
Nelle avanguardie c’era anche una precisa idea di Europa, che oggi non abbiamo più. Non l’Europa delle nazioni e delle frontiere o delle direttive di Bruxelles, ma una civiltà delle idee che si raduna nei caffè di Parigi, Zurigo, Berlino, Lisbona, Roma, Firenze – il “vasto e diffuso caffè” di George Steiner dove si elaborano esperimenti estetici condivisi. I diversi “ismi” come “atti di un’unica drammaturgia”. E poi c’è il paradosso fondamentale: l’avanguardia è un’invenzione della borghesia. Non c’è avanguardia prima dell’Ottocento, non c’è avanguardia nel mecenatismo. L’avanguardia presuppone una committenza borghese, una competizione tra ateliers, scuole, correnti, artisti quotati – presuppone, in una parola, l’odiato mercato. Dunque, anche il suo doppio speculare: la rivolta antiborghese, la contestazione continua, la rivoluzione permanente. L’impeto ribellista dell’avanguardista ha un fondo borghese, e la borghesia come impresa economica è spinta da una permanente tensione al rinnovamento, alla sperimentazione, all’avventura. Marinetti che vuole bruciare i musei e il venture capitalist adepto della disruption sono, in fondo, fratelli di sangue – vedi alla voce Elon Musk.
Tutto questo ci parla del fallimento delle avanguardie o del loro compimento supremo? Qui viene in soccorso “l’effetto Alka-Seltzer”, che Trione riprende da Enzensberger. Come la pastiglia bianca e rugosa che si disintegra nell’acqua lasciando sul fondo una granulosa sedimentazione, così l’avanguardia si scioglie ma non scompare: esiste “sotto forma di soluzione e dispersione”. La sua carica è appunto “onnipresente”. “Rifare il mondo”, insomma, è un libro che si può leggere dall’inizio alla fine oppure aprire a caso, come un I Ching dell’avanguardia. In entrambi i casi se ne esce con la sensazione di essere davvero, come diceva Eco, tutti figli di Duchamp.
Ultima notazione: forse ancora di più che nella pubblicità, nel pop, nella politica o nella moda, l’estetica dell’avanguardia si è reincarnata nella haute cuisine. Gualtiero Marchesi che inventa il “dripping di pesce”, in omaggio a Pollock, sgocciolando su calamaretti e vongole con gesti e trance da action painting, o anche la trash-cuisine di Salt Bae, toreador del controfiletto con la sua “steakhouse” di lusso. E poi quei nomi dei piatti che ormai si ritrovano anche nel ristorantone dei matrimoni: il “Ricordo di un panino alla mortadella” di Bottura, la “Nostalgia di un tramonto d’infanzia”, l’“Ossessione di gambero rosso” – titoli che sembrano usciti da un cadavre exquis surrealista. L’avanguardia è finita nei piatti da duecento euro a persona, trasformata in esperienza multisensoriale – il che, a pensarci bene, è insieme la sua apoteosi e la sua definitiva neutralizzazione: Marinetti che teorizzava l’abolizione della pastasciutta come zavorra della stirpe italiana, e un secolo dopo i suoi eredi che servono “decostruzioni” e “reinterpretazioni” della carbonara da dare in pasto soprattutto a Instagram. Tout se tient.





