Nel saggio di Pierluigi Piccini il rito del 24 dicembre sul Monte Amiata diventa una cosmologia vivente tra solstizio, materia e comunità
Ogni anno, la notte del 24 dicembre, ad Abbadia San Salvatore — sul Monte Amiata — grandi torce di legno vengono accese nelle piazze e negli slarghi del paese. Sono le fiaccole, uno dei riti invernali più suggestivi dell’Italia centrale.
Il saggio di Pierluigi Piccini, Le fiaccole di Abbadia San Salvatore, prova a fare qualcosa di più ambizioso che raccontare una tradizione locale: tenta di interpretarla come un gesto cosmologico, un atto in cui si concentrano millenni di simboli, riti e strutture del sacro.
Fin dalle prime parole l’autore chiarisce il suo punto di partenza: le fiaccole non devono essere lette come semplice folklore. Secondo Piccini una tradizione si tramanda, un atto invece si compie ogni volta come se fosse la prima. Le fiaccole appartengono a questa seconda categoria. Non ricordano un evento passato: partecipano a qualcosa che deve ancora accadere.
Il saggio è organizzato in quattro movimenti — notte, tempo, materia e comunità — che costruiscono una vera e propria cosmologia del rito.
Nella prima parte il centro è la notte del solstizio d’inverno. Il 24 dicembre cade immediatamente dopo il momento in cui il sole sembra arrestarsi nel cielo. Per Piccini fiaccole nascono proprio in questa sospensione: “Il fuoco non viene acceso per ricordare qualcosa: viene acceso perché qualcosa deve ancora succedere. Il mondo deve essere rimesso al mondo.”
La seconda parte amplia lo sguardo. Qui il rito di Abbadia viene inserito nella lunga storia del rapporto tra fuoco e sacro. L’autore richiama il fuoco di Vesta nella Roma antica, i fuochi stagionali delle culture celtiche e i templi del fuoco della Persia zoroastriana. La tesi è chiara: prima delle religioni organizzate esisteva già una struttura rituale in cui il fuoco funzionava come punto di contatto tra umano e cosmico: “Il fuoco è il sacro.”
Il passaggio più interessante riguarda il rapporto tra solstizio e calendario cristiano. Il Natale, sostiene l’autore, non cancella la struttura cosmica del ritorno della luce, ma la traduce in forma teologica. L’astronomia diventa racconto religioso.
La terza parte del saggio è forse la più originale, perché scende nella materia concreta delle fiaccole: il legno del bosco amiatino, la forma quadrata della struttura, il rapporto con la montagna. La base quadrata della fiaccola viene interpretata come figura della terra che sostiene la fiamma, mentre il Monte Amiata — antico vulcano — diventa una sorta di asse cosmico.
L’ultima parte sposta l’attenzione sulle persone. La notte delle fiaccole è descritta come una soglia sociale: il paese sospende temporaneamente le sue gerarchie ordinarie e si raccoglie attorno al fuoco.
I quattro elementi — terra, acqua, aria e fuoco — non come simboli ma come forze concrete. producendo non solo spettacolo o identità locale. Producono luogo. E resta soprattutto un’immagine: un paese di montagna nella notte più lunga dell’anno, un quadrato di legno che brucia lentamente, e una comunità che veglia attorno al fuoco. Non come spettatrice, ma come custode.






