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La cattura di Nicolás Maduro segna una cesura profonda nella storia recente dell’America Latina. Un evento che fino a poco tempo fa sembrava impensabile ha improvvisamente rimesso in discussione equilibri politici, giuridici e geopolitici che si erano cristallizzati attorno alla crisi venezuelana. Non è soltanto la fine di un leader: è uno shock sistemico che investe l’intero continente.
Sul piano politico regionale, l’episodio ha riaperto fratture mai davvero sanate. Da un lato, governi che leggono l’azione come una violazione grave della sovranità nazionale e un precedente pericoloso; dall’altro, chi interpreta la caduta di Maduro come una liberazione necessaria, capace di sbloccare una transizione rimasta congelata per anni. Questa spaccatura non segue più rigidamente le vecchie linee ideologiche, ma riflette una tensione più profonda sul rapporto tra democrazia, legalità internazionale e intervento esterno.
All’interno del Venezuela, la rimozione del vertice non coincide automaticamente con un cambiamento strutturale del potere. Le reti istituzionali, militari ed economiche che hanno sostenuto il regime restano in larga parte operative. Il rischio è quello di una transizione solo apparente, in cui il volto cambia ma i meccanismi restano intatti, rendendo fragile qualsiasi prospettiva di riforma democratica reale.
Le conseguenze giuridiche sono altrettanto rilevanti. La cattura di un capo di Stato in carica, giustificata come operazione di contrasto a traffici criminali, mette sotto stress i principi fondamentali del diritto internazionale. Se il confine tra azione di polizia e uso della forza militare diventa ambiguo, l’intero impianto che regola la convivenza tra Stati rischia di indebolirsi, con effetti che vanno ben oltre il caso venezuelano.
Sul fronte economico, il nodo resta il controllo delle risorse energetiche. Il Venezuela continua a essere una potenza petrolifera potenziale, ma la gestione dei proventi, le sanzioni, le nuove alleanze e l’ingresso di capitali stranieri aprono scenari incerti. Senza una governance trasparente, il rischio è che la fine di Maduro non migliori le condizioni di vita della popolazione e alimenti nuove forme di dipendenza e disuguaglianza.
A livello geopolitico, l’episodio segnala il ritorno di un interventismo statunitense esplicito nel continente, dopo anni di retorica sul disimpegno. Anche sotto la guida di Donald Trump, l’idea di un’America ripiegata su se stessa si rivela illusoria: l’America Latina resta uno spazio strategico, conteso e centrale. Al tempo stesso, attori globali come la Cina sono costretti a riconsiderare investimenti, alleanze e presenze nella regione.
In definitiva, la cattura di Maduro non chiude la crisi venezuelana: la rilancia su un piano più ampio. È l’inizio di una fase nuova, carica di incognite, in cui si intrecciano democrazia, potere, risorse e diritto internazionale. L’esito non è scritto: può essere l’avvio di una stabilizzazione faticosa oppure l’apertura di una stagione di ulteriore instabilità per l’intera America Latina.





