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di Paolo Lepri
Europa? Assente. Uno degli aspetti più inquietanti di questa crisi che rischia di incendiare il mondo — al di là della perdita di vite umane, che (non dimentichiamolo) è il prodotto, difficile da accettare, di ogni guerra — è il fatto che si sta svolgendo senza il coinvolgimento di uno dei protagonisti dell’ordine internazionale faticosamente costruito in questi decenni: un protagonista che si è sempre speso per difendere i valori della libertà e della giustizia. Come è accaduto dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, come è accaduto peraltro per l’Iran, tra qualche incertezza e molti ostacoli, tentando di limitare la pericolosità di un regime perverso, guidato da un leader supremo le cui mani erano macchiate di sangue innocente. Lo ripetiamo, è una crisi «senza». Tutto sta avvenendo adesso, in una regione non lontana, con la totale esclusione dell’Europa. In un tempo ormai passato si sperava che i leader del nostro continente parlassero «con una voce sola». Non è quasi mai successo, forse non lo vedremo mai più.
O ra questa voce non arriva, è sicuramente indebolita dalle divisioni e/o dai calcoli, ma soprattutto non viene presa in considerazione in una fase storica nella quale rinasce la tentazione pura e semplice della forza. Si tratta però di prenderne atto, evitando le nostalgie. Il corso della storia non si può invertire. Né tantomeno è possibile riportare indietro le lancette dell’orologio. E sarebbe pericoloso attendere che la bufera eventualmente finisca.
Non è un caso che quasi nessuno, in Europa, sia stato avvertito dell’inizio dell’operazione militare americana. Un altro segnale chiaro del clima di diffidenza consolidatosi in questi ultimi mesi, passando dal discorso del vicepresidente JD Vance a Monaco per arrivare a quello del segretario di Stato Marco Rubio, che ha sostanzialmente invitato gli alleati ad aderire alle parole d’ordine dell’amministrazione trumpiana. In questo scenario, le prese di posizione giunte da Parigi, Londra e Berlino non inducono all’ottimismo per quanto riguarda la possibilità di riconquistare la presenza perduta. Siamo, infatti, più nel campo degli obblighi che in quello delle proposte. O quantomeno molto distanti dal tentativo di costruire una solidarietà critica da modulare con intelligenza. Senza naturalmente sminuire la minaccia rappresentata dalla Repubblica Islamica, il suo ruolo destabilizzante e aggressivo, il suo coinvolgimento nel terrorismo internazionale, la sua infame azione repressiva contro il dissenso. Ma va anche detto che i dubbi del filosofo statunitense Michael Walzer sul carattere dell’azione americana di «risposta a un attacco davvero imminente» ( preemption ) non sono certamente da archiviare senza una riflessione, mentre continua, anche in queste ore drammatiche, la retorica incendiaria del presidente.
Certo, gli obblighi esistono. L’Iran va fermato in ogni caso. È quindi giusto che il gruppo dei «tre» (Francia, Gran Bretagna e Germania) si sia detto pronto a difendersi dalle rappresaglie di Teheran e a proteggere i propri cittadini. Ma il fuoco cova sotto la cenere, e almeno all’Eliseo non si è mai condiviso il superamento dei vincoli del multilateralismo. In Germania, invece, il cancelliere tedesco Friedrich Merz è apparso più pragmatico del solito (alla vigilia di un incontro a Washington con Donald Trump a cui tiene molto) quando ha affermato che non è il momento di «dare lezioni» ai partner e agli alleati. Lezioni no, ma qualche buon consiglio potrebbe essere utile, anche perché c’è sempre la Groenlandia all’orizzonte. Il primo ministro britannico Keir Starmer ondeggia, travolto dai suoi problemi. Intanto la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen è sembrata abbaiare alla luna quando ha chiesto a «tutte le parti» il «pieno rispetto del diritto internazionale».
In un articolo pubblicato da El País la politologa spagnola Máriam Martínez-Bascuñán preferisce parlare di «incoerenza» piuttosto che di «timidezza o lentezza». «Dal 2022 — scrive — l’Europa ha costruito tutto il suo discorso sopra un principio: la sovranità è inviolabile, l’uso unilaterale della forza è inammissibile, l’ordine basato sulle regole non si negozia. Su questa base ha costruito la sua risposta alla invasione russa dell’Ucraina. Ma questi principi o sono universali o non sono principi». Questa analisi è in parte condivisibile, ma non tiene conto della specificità del caso iraniano e della azione distruttiva della Repubblica Islamica al di fuori di ognuna di quelle regole della convivenza internazionale. Il regime è riuscito a sopravvivere utilizzando le armi della violenza indiscriminata e del terrore.
Per creare le condizioni in grado di costruire la democrazia nella terra degli ayatollah bisogna avere naturalmente le carte in regola. E l’Europa le ha, queste carte. Nonostante le sue fratture, nonostante i suoi errori. Al di là degli scenari più «totali» — legati alla sua capacità di reinventare la propria collocazione e, magari, di «fare da sola» in molti campi — in questa drammatica emergenza spetta ai leader continentali (utilizzando se necessario una «cooperazione rafforzata») il compito di agire per riempire di contenuti il futuro incerto di un’operazione militare caratterizzata dall’assenza di una chiara visione su quello che potrebbe accadere dopo. Muovendosi nella giusta direzione, mettendo la forza che è stata utilizzata per raggiungere obiettivi storici a disposizione della società civile iraniana e della sua voglia di cambiare. La transizione è complessa, ma non impossibile.





