
Il fuoco che non si spegne. Libano, Iran e la tregua che non esiste
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Mentre Beirut brucia e i negoziati tra Washington e Teheran si aprono a Islamabad senza che nessun paese europeo sia seduto al tavolo, l’Unione Europea e l’Italia mostrano, in questa fase cruciale della crisi mediorientale, una geometria che si ripete con coerenza imbarazzante: presenza militare senza peso diplomatico, condanne verbali senza conseguenze, e una tendenza strutturale a scegliere il silenzio nei momenti in cui la scelta sarebbe necessaria.
La tregua di due settimane concordata tra Stati Uniti e Iran, mediata dal Pakistan con il concorso silenzioso di Egitto e Turchia, ha colto l’Europa in una posizione che non è di neutralità ma di irrilevanza. Ursula von der Leyen ha salutato il cessate il fuoco come una “de-escalation quanto mai necessaria”, ringraziando Islamabad per la sua mediazione — senza nominare il Libano, senza nominare Beirut, senza nominare i raid israeliani che in pochi minuti avevano colpito oltre cento obiettivi nella capitale libanese poche ore dopo la firma dell’accordo. Il gruppo dei Socialisti europei ha chiesto all’UE di garantire che il cessate il fuoco si estendesse anche al Libano, ma la risposta istituzionale non è arrivata. Von der Leyen ha parlato di coordinamento con i partner: una formula che, tradotta, significa assenza.
Al tavolo di Islamabad siedono Vance, Kushner e Witkoff per gli Stati Uniti, Ghalibaf per l’Iran, Sharif come anfitrione. La Cina ha già rivendicato un ruolo nelle trattative — il ministro degli Esteri Wang Yi avrebbe condotto ventissei telefonate con i suoi omologhi regionali, e l’inviato cinese per il Medio Oriente ha compiuto una serie di missioni nella zona. Pechino non ha sparato un colpo e raccoglie dividendi diplomatici. L’Europa non è tra i convocati, non è tra gli esclusi: non esiste come soggetto politico in questa partita.
L’Italia si trova in una condizione solo apparentemente diversa. Ha soldati in Libano con la missione UNIFIL, ha Sigonella come base americana sul proprio territorio, ha un vice-premier che siede al Consiglio Affari Esteri dell’UE. Eppure la sua azione concreta in questi giorni è stata interamente determinata da eventi subiti, non da scelte compiute. Quando una colonna italiana dell’UNIFIL è stata bloccata dall’IDF e un veicolo militare danneggiato dai colpi di avvertimento israeliani, Tajani ha convocato l’ambasciatore Peled e dichiarato alla Camera che “i soldati italiani non si toccano”. Meloni ha chiesto a Israele di fermarsi. Ma entrambe le mosse erano reazioni d’emergenza, non posizioni politiche costruite. Il momento di maggiore autonomia che Roma ha esercitato in tutta la crisi è stato il richiamo alla legalità sullo scalo di Sigonella — un atto tecnico-giuridico, non una scelta strategica.
Il problema non è la mancanza di coraggio dei singoli governi. È la struttura di una dipendenza che non è mai stata negoziata fino in fondo, e che in ogni crisi si ripresenta nella sua forma più nuda. Il Libano è escluso dalla tregua senza essere escluso dalla guerra. L’Europa guarda e tace, conta i miliardi perduti per l’energia, litiga su competenze istituzionali, mentre la capitale di uno Stato sovrano viene colpita da oltre cento attacchi in dieci minuti. Il doppio standard — voce alta per l’Ucraina, silenzio per Beirut — non è più un’anomalia. È una certezza strutturale che rivela quanto poco l’Europa abbia costruito, in trent’anni, di autonomia reale nella politica estera.
La tregua è fragile, i negoziati di Islamabad rischiano di naufragare sul nodo del Libano, lo Stretto di Hormuz viene riaperto e richiuso in base agli sviluppi militari ora per ora. In questo contesto, né Roma né Bruxelles stanno costruendo nulla. Annotano, condannano, si coordinano con i partner. E aspettano che altri decidano.





