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Libertà e pace: l’utopia yiddish è un sogno amaro
Ucraina libera, Palestina in pace. Sono le notizie che stiamo aspettando, e che aspettiamo da oltre un secolo. Perché non soltanto la cronaca di oggi è la storia di domani, ma anche la storia di oggi è stata inizialmente una cronaca popolata di contraddizioni e speranze, scommesse sul futuro e passi falsi del presente. Come documento di un’utopia drammaticamente mancata si presta a essere letto Nella futura città di Edenia di Kalman Zingman, tradotto, commentato e in buona sostanza scoperto per noi da Stefania Ragaù (Bibliotheka, pagine 120, euro 14). Non va trascurato il fatto che la novella fu concepita come instant book ed è su quell’istante che occorre soffermarsi.
Partiamo dall’autore, finora quasi del tutto sconosciuto al pubblico italiano. Nato nel 1889 in Lituania e morto in Crimea nel 1929, nella sua carriera di intellettuale Zingman sostenne con appassionata convinzione la causa dello yiddish, che all’epoca si trovava in concorrenza con l’ebraico come strumento di emancipazione identitaria. La biografia di Zingman ricorda quella di certi personaggi dei fratelli Singer: le origini modeste, la carriera di commerciante intrapresa senza troppo entusiasmo, l’ambizione di affermarsi in letteratura sul modello di maestri quali Sholem Aleichem e Isaac Peretz, la ragionevole sintesi di un’impresa editoriale (in yiddish, ovviamente) che per un periodo è attiva anche a Berlino. Pur non riuscendo a raggiungere la statura dei suoi modelli, verso la fine della vita Zingman pubblica un romanzo di buona fattura, Sulla scala a chiocciola, che è una rielaborazione – in buona misura idealizzata – delle proprie vicende personali. Nella futura città di Edenia risale invece al 1918, quando Zingman risiede a Charkiv e in Ucraina si svolge l’effimero esperimento di una Repubblica popolare indipendente. Ecco, l’istante è questo: l’impero degli
zar è crollato e pare aver trascinato con sé il secolare pregiudizio antisemita. Il Governo provvisorio di Kiev si fonda sul principio delle autonomie nazionali, è stata riconosciuta la cittadinanza agli ebrei e tra le lingue ufficiali del Paese lo yiddish figura a fianco del russo, del polacco e dell’ucraino. Zingman, che non ha mai aderito al progetto sionista, vede confermati i propri ideali. Gli ebrei non hanno bisogno di uno Stato per essere sé stessi, Israele può prosperare in diaspora, senza necessariamente fare ritorno in Palestina.
Un’illusione di breve durata, considerato che già nel 1919 la stessa Charkiv diventa la controcapitale dell’Ucraina sovietica, con un irrigidimento non solo amministrativo che porta con sé la forsennata ripresa dei pogrom. Ma lo Zingman di Nella futura città di Edenia ancora non lo sa. Potrebbe magari intuirlo, non fosse che il compito che si è scelto non glielo consente. Vuole essere un messaggero di speranza, non un profeta di sventura, per quanto il finale del racconto non vada esente da una melanconica, rivelatrice ambiguità.
Edenia è dunque una Charkiv prossima ventura, che ha cambiato nome e usanze.
Abolito l’uso del denaro, le più sofisticate apparecchiature tecnologiche provvedono generosamente alle necessità della popolazione, attraverso un ponderato connubio tra valutazione meritocratica e democrazia diretta. In pratica, ciascun gruppo nazionale esamina le varie proposte al suo interno e alla fine la soluzione migliore viene adottata dall’intera comunità. Nessuna mistificazione, nessun conflitto. Gli ebrei hanno la loro università, prestigiosissima, mentre ad Aleichem e Peretz vengono tributati i giusti onori monumentali. Di queste meraviglie il lettore è messo al corrente grazie alla mediazione del protagonista, che di nome fa Zalman Kindishman e con l’autore condivide non soltanto la parziale omonimia. A differenza del Kalman reale, lo Zalman immaginario
ha da tempo lasciato l’Europa per stabilirsi in Palestina, dove la situazione non è meno felice. Anche laggiù ebrei e arabi convivono in armonia, anche laggiù lo yiddish risuona ovunque. Tornato a Edenia da visitatore, Zalman trova ad aspettarlo l’affascinante Noemi, che è stata il suo amore di gioventù e che adesso è una specie di fantasma oppure, chissà, una donna la cui bellezza è stata miracolosamente conservata dai progressi della scienza. La comparsa di questa figura (la cui parentela con la leggendaria Lilith è ben argomentata da Ragaù) introduce una nota di turbamento nell’altrimenti ingenua immaginazione della trama. Perfino a Edenia, insomma, la sofferenza non è stata ancora sconfitta. Andrà meglio, nel caso, con un’altra utopia.





