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C’è un movimento sotterraneo, in parte silenzioso, che attraversa oggi il mondo dell’arte. Non ha un centro unico né una direzione obbligata, ma si manifesta per ritorni, scarti improvvisi, concentrazioni inattese. Guardandolo da vicino, ciò che colpisce non è la novità in sé, bensì il modo in cui tempi diversi tornano a parlarsi.
Negli ultimi mesi molte istituzioni hanno scelto di tornare indietro per andare avanti. La pittura antica, in particolare, è diventata un terreno di verifica: non come esercizio nostalgico, ma come spazio di confronto con l’idea stessa di immagine, autorità, durata. I grandi cicli espositivi non inseguono l’evento effimero, ma costruiscono narrazioni dense, spesso lente, che chiedono allo spettatore di fermarsi e riconsiderare ciò che credeva acquisito.
In questo paesaggio, la pittura contemporanea non arretra. Anzi, riaffiora come luogo di esposizione radicale del sé. Alcuni percorsi recenti mostrano come l’esperienza individuale, anche la più fragile, possa diventare linguaggio condivisibile. La visibilità non nasce più solo da circuiti tradizionali: a volte è uno sguardo imprevisto, uno scarto di attenzione, a produrre un cambio di traiettoria. Ma ciò che resta, quando il rumore si spegne, è la qualità formale dell’opera e la sua capacità di trattenere lo sguardo.
Il rapporto con la storia trova una forma estrema quando opere raramente visibili vengono riunite in un unico luogo. Nel caso dei ritratti di Jan van Eyck, la concentrazione produce uno shock visivo e teorico insieme: non solo per l’eccezionalità dell’insieme, ma per la chiarezza con cui emerge un’origine possibile dello sguardo moderno, fondato sulla precisione, sull’individualità, sulla materia.
Parallelamente, il sistema dell’arte riflette su se stesso. Le conversazioni tra operatori e osservatori mostrano un clima prudente, più riflessivo che espansivo. Dopo una fase di eccessi, il tema non è la crescita a ogni costo, ma la ridefinizione delle priorità: cosa sostenere, cosa lasciare andare, quali equilibri ricostruire tra mercato, istituzioni e produzione artistica.
Le frizioni non mancano. In ambito professionale riaffiorano conflitti che mettono in discussione modelli organizzativi, ruoli e responsabilità. Sono segnali di un sistema che vive ancora di relazioni personali, fiducia e presenza fisica, e che per questo resta vulnerabile quando questi elementi si incrinano.
Sul piano espositivo, la pittura a olio continua a essere un terreno sorprendentemente fertile. Gallerie diverse, con approcci lontani tra loro, insistono sul medium non per tradizione ma per necessità: perché consente lentezza, stratificazione, ambiguità. Qualità sempre più rare in un contesto dominato dall’immediatezza.
Anche le aste raccontano una storia meno lineare di quanto sembri. La fotografia, in particolare, oscilla tra documento e costruzione simbolica, tra memoria storica e urgenza politica. Le opere che attirano attenzione non sono solo quelle iconiche, ma quelle capaci di tenere insieme forma e visione del mondo.
Infine, ai margini del sistema, arrivano notizie che lo allargano. Edifici carichi di storia che cambiano destino, libri antichi che riemergono in contesti pubblici, relitti medievali che riaffiorano dal mare, opere rimaste invisibili per decenni che tornano a circolare. In questi episodi, che sembrano laterali, si coglie forse il senso più profondo del momento: l’arte non procede in linea retta, ma per accumulo, riemersione, slittamento.
Un campo aperto, attraversato da forze diverse. Più che un panorama ordinato, una costellazione in movimento, dove il passato non è mai del tutto alle spalle e il futuro non è ancora scritto.





