
Santa Maria della Scala: numeri, modello e prospettive
21 Febbraio 2026
Il linguaggio dell’annuncio: consenso e vaghezza nel racconto del Santa Maria
21 Febbraio 2026Negli ultimi giorni si è tornati a parlare di “nuovo statuto” come passaggio decisivo per il rilancio del Santa Maria della Scala. La narrazione è semplice e suggestiva: il vecchio statuto bloccava l’ingresso dei privati, impediva l’accesso ai bandi, teneva l’istituzione chiusa in un recinto municipale. Il nuovo statuto libera tutto questo. È una narrazione efficace. È anche falsa.
Lo statuto del 2021 prevedeva già l’apertura ai privati.
All’articolo 1 dello statuto approvato dal Consiglio Comunale, la Fondazione è definita come ente con socio fondatore unico — il Comune di Siena — ma con la previsione esplicita che “possono aderire alla Fondazione anche altri soggetti, pubblici e privati, come soci sostenitori”. Persone fisiche o giuridiche, enti pubblici o privati, fondazioni, associazioni, soggetti anche stranieri. Non era una possibilità vaga: era una facoltà espressamente disciplinata, con meccanismi di ammissione, diritti e obblighi definiti.
Dunque non esisteva alcuna barriera statutaria all’ingresso dei privati. Se questo percorso non è stato percorso, non dipendeva dal testo.
Il Comune come socio unico era la fase di avvio, non l’assetto definitivo.
Questo è il punto che la narrazione corrente omette sistematicamente. Lo statuto del 2021 non era concepito come una struttura permanente. Era uno strumento dinamico, pensato per una fase di rodaggio: il Comune entrava come socio fondatore per dare solidità iniziale all’ente, con la prospettiva esplicita che i soci sostenitori entrassero progressivamente, diluendo il controllo municipale e costruendo un’istituzione autonoma e plurale.
C’è persino una data. Lo statuto fissava in via transitoria la composizione iniziale del CdA — cinque membri, tutti di nomina comunale — fino al 31 dicembre 2023. E stabiliva con precisione la condizione che avrebbe fatto scattare il cambiamento: “non appena il CdA avrà ammesso almeno due sostenitori, deve essere convocata l’assemblea per la nomina dei componenti di minoranza.” Non una norma vaga. Una clausola operativa, con scadenza e condizione definite.
Quella scadenza è passata. Quei sostenitori non sono mai stati ammessi. Il regime transitorio si è cristallizzato in assetto permanente — e oggi viene presentato come la prova che lo statuto non funzionava.
Era un meccanismo di transizione verso l’autonomia. Non una gabbia. La gabbia è stata costruita dopo, dall’interno, lasciando fare al tempo quello che la politica non voleva fare: cambiare i rapporti di forza dentro la Fondazione.
La dimensione europea era già prevista.
Un altro elemento che scompare dalla narrazione corrente riguarda la proiezione internazionale. Lo statuto originario conteneva già riferimenti espliciti alla possibilità di operare in reti nazionali e internazionali, di stipulare convenzioni, di ricevere contributi anche da soggetti esteri, di partecipare a organismi europei. Non era uno strumento municipale e chiuso. Era una base solida per costruire un’istituzione capace di dialogare con il mondo.
Se quella dimensione è rimasta sulla carta, non è stato per un difetto dello statuto. È stato per come la Fondazione è stata gestita — o non gestita — in questi anni. La dimensione europea non si costruisce cambiando uno statuto: si costruisce attivando le reti, cercando i partner, presentando progetti. Tutti passaggi che lo statuto vigente già consentiva e che non richiedevano alcuna modifica preventiva.
L’iscrizione al RUNTS: un’occasione non colta.
C’è un ulteriore elemento che merita attenzione. Lo statuto originario era strutturato in modo coerente con l’iscrizione al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore. Quella iscrizione avrebbe comportato vincoli stringenti di trasparenza, controlli ministeriali e regionali, obblighi di rendicontazione — e avrebbe aperto l’accesso alle agevolazioni fiscali proprie degli Enti del Terzo Settore: regime fiscale dedicato, detrazioni per i donatori, accesso al 5 per mille, maggiore competitività nel fundraising nazionale ed europeo.
Si dirà che la presenza del Comune come socio unico rendeva l’iscrizione al RUNTS complicata. È vero, ma anche questo era una conseguenza, non una causa. Se i soci sostenitori fossero entrati come previsto dallo statuto — come previsto entro il 31 dicembre 2023 — la configurazione sarebbe cambiata, il Comune non sarebbe più stato socio unico, e il percorso verso il RUNTS si sarebbe aperto. Il blocco non era nel testo della legge né nel testo dello statuto. Era nella scelta di non attivare ciò che lo statuto già prevedeva e richiedeva.
La vera domanda.
Il cittadino ha diritto a comprendere questo passaggio. Non si tratta di stabilire se modificare uno statuto sia legittimo o opportuno — ogni statuto può essere migliorato, e una riforma ben fatta può essere positiva. Si tratta di non accettare che al testo vigente vengano attribuite responsabilità che non ha.
Lo statuto del 2021 non impediva l’ingresso dei privati. Non impediva la partecipazione ai bandi. Non impediva una proiezione europea dell’istituzione. Prevedeva anzi una scadenza precisa — il 31 dicembre 2023 — entro cui il regime transitorio avrebbe dovuto cedere il passo a una governance più aperta e plurale. Quella scadenza non è stata rispettata. Nessuno ne ha chiesto conto. E oggi si racconta che era lo statuto il problema.
Lo statuto era già un ponte. Se quel ponte non è stato attraversato, non è stato per un problema tecnico o giuridico. La struttura che oggi viene presentata come limite era in realtà il risultato di una scelta precisa: lasciare la Fondazione bloccata nella fase iniziale, con il Comune saldamente al controllo, costruendo nel frattempo le condizioni per giustificare un cambiamento che si voleva fare comunque — non per liberare il Santa Maria della Scala, ma per ridefinire su chi e come esercitare il controllo su di esso. E’ stato scelto il controllo dei partiti sul Santa Maria della Scala ora si capisce l’unico voto contrario in commissione che ha anticipato la volontà dell’attuale maggioranza di governo cittadino.





