
Via delle Botteghe Oscure, maggio 1974
24 Marzo 2026
Bibi et la pieuvre
25 Marzo 2026Lo stretto e il mondo
C’è un luogo dove il mondo si stringe fino a diventare una domanda. Si chiama Hormuz, e ha la larghezza di un’intenzione. L’Iran dice che le navi non ostili possono passare. È una frase che suona come una concessione ma è, a guardarla bene, una minaccia formulata con garbo diplomatico: la categoria di “ostile” resta nelle mani di chi la pronuncia. Il linguaggio della geopolitica funziona così, è sempre un doppio fondo.
Gli americani hanno inviato a Teheran un piano. Witkoff e Kushner — l’inviato speciale e il genero, archetipi perfetti di questa stagione politica americana — propongono un cessate il fuoco di un mese. Un mese. Il tempo che si concede a un’idea per rendersi credibile, o per scomparire senza tracce. Washington chiede che l’Iran smetta di correre verso la bomba, che consegni il combustibile arricchito, che smonti le installazioni. Teheran tace e valuta. Nel frattempo il prezzo del Brent scende del sei per cento, come se i mercati credessero alla pace più dei governi. Larry Fink di BlackRock avverte: se il barile arrivasse a centocinquanta dollari, recessione globale. L’economia mondiale è dunque appesa a un filo che passa per Hormuz, e il filo lo tiene qualcuno che non siede ad alcun tavolo negoziato.
Il paradosso vero è un’altra notizia, sepolta a metà rassegna quasi fosse un dettaglio: mentre Trump elogia i colloqui con l’Iran, gli Stati Uniti inviano ulteriori truppe nella regione. La pace si prepara con le armi in mano. Non è ipocrisia, è grammatica imperiale: si parla e si arma, si negozia e si schiera, perché la forza dà valore alle parole e le parole misurano la forza. Mohammed bin Salman, secondo il New York Times, spingerebbe Trump a continuare la guerra contro l’Iran nelle telefonate private. L’alleato che ti soffia contro la tregua mentre sorridi al mondo. Tutto si tiene, tutto si contraddice.
Israele nel frattempo si prepara a mobilitare quattrocentomila riservisti per espandere l’offensiva terrestre in Libano. Francia, Germania, Canada, Italia e Regno Unito dicono che questa offensiva “deve essere evitata”. Cinque paesi che usano il verbo dovere senza avere strumenti per imporlo. È la retorica delle potenze medie in un mondo che non ha più centro: parlano, firmano dichiarazioni congiunte, poi guardano. Israele guarda le dichiarazioni e continua a pianificare. Una nuova legge espande intanto i poteri dei tribunali religiosi: Haaretz scrive che è una minaccia per le donne. Le guerre esterne e quelle interne si alimentano a vicenda, il pericolo esterno legittima la stretta interna, la stretta interna radicalizza il conflitto esterno. Meccanismo antico quanto le città murate.
In Danimarca si vota e la sinistra della premier prende più voti ma non abbastanza. Il futuro del paese è ora nelle mani di Løkke, scrive Jyllands Posten. L’Europa procede per equilibri precari, maggioranze mancate, negoziati lunghi. È una democrazia lenta in un mondo che va veloce, e non è detto che sia un difetto.
La Russia lancia quasi mille droni sull’Ucraina in una notte sola. È apparsa come una delle più grandi offensive aeree dall’inizio della guerra su vasta scala, scrive il Kyiv Independent. Mille droni in una notte. Mentre il mondo guarda Hormuz, Teheran, Beirut, Copenaghen. L’Ucraina continua a bruciare nell’angolo del campo visivo, fuori fuoco ma non spenta.
E poi l’Argentina. Ieri era il cinquantesimo anniversario del golpe militare del 1976, e il governo Milei ha pubblicato un video ufficiale che accusa il kirchnerismo di aver costruito una narrazione sulla dittatura. “Memoria completa” è la formula: si vuole rimettere in discussione chi furono le vittime e chi i carnefici, si finanziano meno i gruppi per i diritti umani, si apre alla rilettura revisionista dei crimini della giunta. Pagina 12 riporta di un campo di concentramento per bambini neonati e piccolissimi, la Brigada Femenina di San Martín, che ancora resta nell’ombra. Cinquant’anni dopo, qualcuno vorrebbe che restasse lì, nell’ombra, per sempre.
C’è un filo che lega queste notizie, che non è geografico né cronologico. È il filo di un tempo che torna indietro mentre finge di andare avanti. Le guerre si riaprono, le dittature si revisitano, i genocidi si negoziano, i droni si contano. E lo stretto di Hormuz rimane stretto, e qualcuno decide chi è ostile e chi non lo è.





