
Il fuoco senza fronte
13 Marzo 2026
La paura come argomento
13 Marzo 2026Lo Stretto e il Rublo
C’è un filo sottile ma resistente che attraversa le notizie di questa settimana — dalla chiusura dello Stretto di Hormuz alla riapertura temporanea delle petroliere russe, dall’Iraq che discute di chiudere i propri cieli all’aereo cisterna americano precipitato nel deserto occidentale — ed è il filo del petrolio. Non dell’oro nero come risorsa energetica, ma come argomento politico, come leva di pressione, come linguaggio attraverso cui le grandi potenze si parlano quando smettono di parlare davvero.
Mojtaba Khamenei, nuovo guida suprema dell’Iran, ha pronunciato il suo primo discorso pubblico con la tonalità di chi sa di non avere nulla da perdere: la guerra può espandersi, ha detto, e lo Stretto di Hormuz deve rimanere chiuso. Non è una minaccia generica. È la risposta a Netanyahu che nel frattempo annuncia la morte di alcuni tra i migliori scienziati nucleari iraniani e minaccia lo stesso Khamenei di fine imminente. Due discorsi che si cercano come pugni nell’oscurità, ciascuno convinto che l’altro non reggerà a lungo.
Nel mezzo c’è il Golfo Persico, quella regione che aveva costruito negli ultimi decenni una narrazione formidabile: lusso, sicurezza, modernità in formato dessert. Missili e droni hanno bucato quella narrazione come si buca un pallone. Il Wall Street Journal lo scrive senza giri di parole: l’illusione di “non essere in Medio Oriente” si è infranta, e l’impatto si sente in tutta la regione, nei mercati, negli hotel, negli aeroporti.
L’America di Trump naviga questo scenario con la consueta geometria variabile. Da un lato consente alla Russia di vendere petrolio tramite petroliere per trenta giorni, allentando sanzioni che erano state presentate come pilastro della pressione a Mosca. La motivazione è pragmatica fino alla brutalità: la guerra con l’Iran sta facendo salire i prezzi dell’energia, e bisogna compensare da qualche parte. Il segretario Bessent lo dice quasi con nonchalance. Dall’altro lato, i collaboratori di Trump si contendono l’influenza sull’esito della guerra con Tehran, mentre Reuters riferisce che un’uscita dal conflitto è ancora lontana dall’essere trovata.
L’aereo cisterna americano precipitato nell’Iraq occidentale — la cui causa ufficiale esclude tanto il fuoco nemico quanto il fuoco amico, mentre la Resistenza Islamica in Iraq rivendica l’abbattimento con “armi adeguate” — è la fotografia più nitida di quanto la regione sia diventata densa di traiettorie pericolose. Baghdad discute di chiudere i propri cieli all’aviazione americana e israeliana, e guarda con interesse crescente ai sistemi russi S-400. Un soldato francese è stato ucciso nel Kurdistan iracheno, in quello che Macron ha definito un attacco ingiustificabile contro truppe impegnate in un’esercitazione antiterrorismo.
Il rublo, intanto, tiene la rotta verso il Golfo — lo scrive Kommersant con una sintesi che vale più di molti editoriali. È la frase che rivela la struttura profonda di questa settimana: mentre i missili disegnano nuove mappe di instabilità, c’è sempre qualcuno che calcola come trasformare il caos in margine commerciale.





