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3 Gennaio 2026Vogliamo vivere La trappola della rivoluzione in Iran è sempre pronta a scattare. Soprattutto per noi qui in Occidente, dove ci basta poco per fare i rivoluzionari con la pelle degli altri, sdraiati sul divano del cenone
La trappola della rivoluzione in Iran è sempre pronta a scattare. Soprattutto per noi qui in Occidente, dove ci basta poco per fare i rivoluzionari con la pelle degli altri, sdraiati sul divano del cenone. Quando qualche giorno fa i bazar a Teheran hanno cominciato a protestare per il crollo del rial sul dollaro e l’inflazione, si è cominciato a pensare che se si ribella uno dei pilastri della rivoluzione del 1979 allora per gli ayatollah è l’inizio della fine. Ma probabilmente neppure questa volta, nonostante le proteste proseguano, vedremo il crollo del regime dall’interno, che comunque solido non è e ha ricevuto bastonate terrificanti in Libano (Hezbollah), con la caduta di Assad in Siria e la guerra dei 12 giorni del giugno scorso contro le sue stesse basi per gli esperimenti nucleari.
A tenerlo in piedi, oltre alla mancanza di una leadership delle proteste, ci pensano Trump, Israele e anche noi europei che ogni volta ci accodiamo alle sanzioni Usa, senza avere uno straccio di alternativa diplomatica a quello che decide l’asse sionista-americano. Ma non è una novità. Più interessante l’uscita di Trump il quale ha sostenuto anche sui social media che «se l’Iran spara e uccide manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America accorreranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire». Anche Israele sembra voler manifestare apertamente il proprio sostegno alle proteste iraniane. Secondo quanto riportato dal Times of Israel, l’account in lingua persiana del ministero degli esteri ha pubblicato una serie di vignette che celebrano la mobilitazione contro il regime.
Saranno loro, americani e israeliani, a fare la rivoluzione in Iran? Non ci crediamo neppure se la sceneggiatura di un ipotetico film sul tema fosse scritta da Paul Thomas Anderson (Una battaglia dopo l’altra). E soprattutto non ci crediamo visti i fallimentari precedenti di esportazione della democrazia, dall’Afghanistan all’Iraq alla Libia. Al punto che a Trump (e al movimento Maga), contrario a tutte queste guerre giudicate «inutili», piace un dittatore come Putin, cinico e sanguinario, con cui mettersi d’accordo e fare affari a spese dell’Ucraina, del diritto internazionale, della democrazia e di quei pusillanime degli europei.
Quanto all’Iran, dopo che gli Stati uniti abbandonarono nel 1979 lo Shah Palhevi al suo destino, nell’aiuto Usa ci credono ben poco anche i cittadini iraniani, anche se talora si illudono. Certo Usa e Israele (non solo loro) continuano a sostenere formazioni come quelle dei Mujaheddin Khalq (Mek) e il figlio dello Shah Reza vive a Washington dove è impegnato a lucidare i gioielli della corona del trono del Pavone.
In realtà non è certo la democrazia che interessa a Trump o a Israele. Anzi, un Iran davvero democratico, con la sua storia e la sua cultura, e indipendente potrebbe costituire un problema nel cuore del Medio Oriente. Come già lo costituisce adesso, sia pure da 45 anni sotto sanzioni e tenuto i margini dall’Occidente, spinto per forza di cose ad allearsi con Mosca e con la Cina.
L’Iran di oggi, sotto un regime clericale sciita tenuto in piedi dall’ala militare dei pasdaran, è il nemico perfetto. Serve allo scopo di tenere alta la tensione in Medio Oriente, non per abbatterlo e neppure portare il simulacro della democrazia. Guardate Trump. A lui piace il leader siriano Al Shaara, un ex jihadista tagliagole che permette a Israele di occupare il Golan, alla Turchia il Nord del Paese, agli americani di fare i raid contro l’Isis, in cambio della repressione di drusi e alauiti, gente di cui il presidente Usa neppure sospetta l’esistenza. Ma soprattutto a Trump piacciono gli sceicchi del Golfo da fare entrare tutti nel Patto di Abramo con Israele, i migliori clienti delle armi Usa e dei fondi americani.
Dell’Iran, dove andò in compagnia di Warren Beatty e Jack Nicholson nel 1978 (pre-rivoluzione), a Trump possono interessare il petrolio, il gas, le risorse minerarie, che ora vanno vendute in massima parte ai cinesi. Della democrazia iraniana non gli importa nulla. Però è pronto a seguire l’agenda di Netanyahu se c’è da colpire Teheran. Certo dopo gli attacchi israeliani e statunitensi contro l’Iran, tutto il mondo si è chiesto che fine avessero fatto i 450 chili di uranio arricchito di cui disponeva il paese, un mistero che non è mai stato risolto. Forse ne hanno parlato in questi giorni proprio a Mar–a-Lago Trump e Netanyahu. I bombardamenti di giugno scorso hanno solo rallentato il programma nucleare iraniano ma secondo gli esperti non lo hanno «eliminato». Questo sarebbe un buon motivo per loro di intervenire ancora militarmente, certo non la democrazia.
L’Iran non ha l’atomica ma potrebbe averla (anche se non l’avrà mai), è ancora pericoloso per Israele ma non troppo, i suoi alleati come Hezbollah e Hamas hanno ricevuto colpi tremendi e il loro destino non sembra più in mano a Teheran come una volta. Restano gli Houti yemeniti, “proxy” di Teheran e spina nel fianco nel Mar Rosso, dove Israele si sarebbe già messa d’accordo con i sauditi e qualche alleato africano (Somaliland). L’Iran serve a qualche guerra in Medio Oriente per riaffermare la supremazia regionale israeliana. Il nemico “perfetto” è ancora utile.





