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Il pezzo del Corriere di Siena dedicato alle scritte nel bagno del Sarrocchi parte con una frase efficace: «Si affievoliscono i riflettori, non l’indignazione…». Ma subito dopo si rifugia nella neutralizzazione. La scritta diventa una “macchia” generica, qualcosa di cui “Siena avrebbe fatto volentieri a meno”: una formulazione che sposta l’attenzione dal fatto in sé – gravissimo – al fastidio reputazionale. È già un primo scivolamento.
Il passaggio sugli studenti è il punto più problematico. Dire che “hanno tentato in ogni modo di ribaltare una narrazione monotematica” e che “almeno a sentire loro” la vicenda poteva avere i contorni di una bravata introduce una giustificazione indiretta, anche se formalmente prudente. Non è compito di un articolo di cronaca assolvere o attenuare: può riportare le posizioni, certo, ma qui manca qualsiasi contrappeso critico. La parola bravata, anche se attribuita, è già una cornice interpretativa.
L’ingresso del cardinale Augusto Paolo Lojudice segna il vero cambio di passo. Da quel momento l’articolo smette di interrogare il fatto e diventa, di fatto, il resoconto di una presentazione di libro. L’episodio del Sarrocchi viene usato come pretesto per un discorso pedagogico alto, rassicurante, moralmente condivisibile, ma completamente depotenziato sul piano della responsabilità.
Quando il cardinale parla di “scherzo di cattivo gusto” e di “minoranza”, l’articolo non problematizza nulla. Non si chiede se sia davvero uno scherzo, perché proprio quel simbolo, perché oggi, quale clima culturale renda possibile una simile “emulazione”. Il giornalista si limita a trascrivere, senza distanza.
Il risultato è evidente:
il fatto iniziale perde centralità;
l’indignazione si scioglie in pedagogia;
la scuola, la città, il contesto restano fuori fuoco;
il discorso pubblico viene pacificato, normalizzato, archiviato.
Non è un articolo scandaloso. Ma è un articolo che accompagna la rimozione, non la comprensione.





