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27 Settembre 2026Londra, autunno 2026: la Corea al British Museum e le mostre di Glenn Brown, Mark Wallinger e William Kentridge
L’autunno londinese si apre con una domanda che dice molto sul nostro modo di consumare la cultura: la mostra sulla Corea al British Museum sarà grande quanto Bayeux? Il confronto è inevitabile, perché il museo ha appena accolto l’arazzo più famoso d’Europa, tornato in Inghilterra dopo quasi un millennio, e ogni altra proposta rischia di essere misurata su quell’evento. Ma la domanda, a guardarla bene, è sbagliata. Non si tratta di stabilire quale mostra richiami più visitatori, bensì di capire che cosa ciascuna ci permette di vedere. E le quattro esposizioni in programma in questi mesi a Londra, prese insieme, compongono un piccolo trattato su come l’arte tiene insieme tempo, memoria e forma.
La mostra sulla Corea, aperta dal primo ottobre fino al 31 gennaio, attraversa duemila anni di arte, credenze e pensiero. È un’impresa ambiziosa, perché la cultura coreana è rimasta a lungo schiacciata, nello sguardo occidentale, tra i due giganti vicini, la Cina e il Giappone. Eppure la penisola ha elaborato una propria sintesi originale: lo sciamanesimo delle origini, il buddhismo arrivato dal continente e trasformato in un’arte di straordinaria raffinatezza, poi il lungo dominio della dottrina confuciana che ha plasmato istituzioni, famiglia, scrittura, perfino il gusto per la sobrietà delle ceramiche bianche. Una mostra così non racconta soltanto oggetti, ma il modo in cui un popolo ha pensato il rapporto tra l’individuo, la comunità e il cosmo. Ed è interessante che arrivi proprio ora, quando la Corea è diventata per le giovani generazioni europee un riferimento pop, tra musica, cinema e serie televisive. Il museo offre a quel pubblico la profondità storica che la superficie dell’intrattenimento non mostra. Se la mostra sarà grande quanto Bayeux, dunque, dipenderà meno dai numeri che dalla sua capacità di far capire che dietro il fenomeno contemporaneo c’è una civiltà.
Di tutt’altra natura è la proposta della Brown Collection, che fino al 7 agosto presenta una nuova selezione dalla raccolta personale di Glenn Brown. Il titolo, Fail We May, Sail We Must, suona come un motto marinaro e insieme come una dichiarazione di poetica: si può fallire, ma bisogna prendere il largo. Brown è un pittore che ha costruito la propria opera sull’appropriazione, rielaborando i maestri del passato con pennellate vorticose che trasformano i ritratti classici in visioni quasi allucinate. La sua collezione riflette lo stesso metodo: accostamenti eccentrici, da Salvador Dalí al ritrattista settecentesco George Romney, che saltano le gerarchie dei manuali. È una mostra che ci ricorda come ogni artista sia prima di tutto un lettore, e come la storia dell’arte non sia una linea retta ma un archivio da cui ciascuno pesca secondo le proprie ossessioni. Il collezionista d’artista non segue il mercato né la cronologia: segue le affinità, e proprio per questo vede connessioni che lo storico non vedrebbe.
Mark Wallinger, vincitore del Turner Prize, porta alla Paul Stolper Gallery, fino al 24 ottobre, dipinti e un film raccolti sotto il titolo Circling the Square, girare intorno al quadrato. L’espressione evoca l’antico problema della quadratura del cerchio, l’impossibile per eccellenza, e lo rovescia in un movimento. Wallinger esplora qui l’astrazione e la vitalità della natura, con un richiamo a Dylan Thomas, il poeta gallese che ha cantato la forza che spinge il fiore attraverso lo stelo. È un accostamento significativo: l’astrazione, spesso intesa come fuga dal mondo, diventa qui un modo per coglierne l’energia. Wallinger è un artista che ha sempre lavorato sui confini tra politica, identità e percezione, e il suo ritorno alla pittura e alla natura non va letto come un ripiegamento. È piuttosto il tentativo di ritrovare una forma essenziale in un tempo che ne è sommerso.
Infine William Kentridge, che alla Goodman Gallery, fino al 7 novembre, presenta in prima mondiale il nuovo film d’animazione A Nicely Built City. Kentridge ha inventato un linguaggio unico: disegna a carboncino, fotografa, cancella, ridisegna, e da questa sequenza di tracce e cancellature nasce il movimento. Nei suoi film resta sempre l’alone di ciò che è stato tolto, come una memoria che non si lascia rimuovere del tutto. È una tecnica che coincide con un pensiero: la storia, e in particolare quella del suo Sudafrica segnato dall’apartheid, non si cancella mai completamente, lascia sempre un residuo. Il titolo del nuovo lavoro, una città ben costruita, ha il sapore dell’ironia. Chi conosce Kentridge sa che le sue città sono spesso luoghi di potere, di esclusione, di architetture che separano. Una città ben costruita, per lui, è anche una città che nasconde bene le proprie fratture.
Messe una accanto all’altra, queste quattro mostre parlano della stessa questione: come si custodisce il tempo attraverso le forme. La Corea lo fa con duemila anni di oggetti che portano con sé credenze e filosofie. Glenn Brown lo fa scegliendo liberamente nel passato ciò che gli serve per il presente. Wallinger lo fa cercando nella natura e nell’astrazione un’energia che precede la storia. Kentridge lo fa con la cancellatura, mostrando che ogni immagine contiene le tracce di ciò che è stato rimosso. Ed è forse questa la risposta alla domanda iniziale. Nessuna di queste mostre sarà grande quanto Bayeux, se la grandezza si misura con le code all’ingresso. Ma tutte, a modo loro, fanno ciò che l’arazzo normanno ha fatto per mille anni: raccontano che la memoria non è un deposito immobile, bensì un filo che ogni generazione riprende, tesse di nuovo e consegna a chi viene dopo.





